Angelini condannato Dieci anni per il crac
La bancarotta di Villa Pini costa cara all’ex imprenditore della sanità Il tribunale infligge oltre 5 anni alla moglie Annamaria e più di 4 alla figlia
CHIETI. «In nome del popolo italiano, il Tribunale di Chieti dichiara Vincenzo Maria Angelini penalmente responsabile di tutti reati a lui ascritti e lo condanna alla pena di 10 anni di reclusione». Il verdetto arriva, dopo circa un’ora e mezza di camera di consiglio, con il fragore di una bomba nella semivuota aula Matteotti del palazzo di giustizia di Chieti e lascia impietriti i volti dei protagonisti. Mancano pochi minuti alle 12,30 quando la presidente del collegio giudicante Patrizia Medica, affiancata dai colleghi Antonella Redaelli e Andrea Di Berardino, legge il dispositivo di sentenza contro l’ex re delle cliniche private ritenuto colpevole di bancarotta fraudolenta in concorso con la moglie Annamaria Sollecito e la figlia Chiara, condannate a 5 anni e 5 mesi e a 4 anni e 5 mesi, per un crac di 300 milioni a fronte di una massa passiva del gruppo Villa Pini che, secondo la procura, raggiungerebbe il miliardo.
Angelini, che non era presente alla requisitoria dei pubblici ministeri, il procuratore capo Pietro Mennini e il sostituto Giuseppe Falasca, arriva con la moglie pochi minuti prima che venga letta la sentenza. Evidentemente teso, l’ex magnate della sanità privata non gradisce la telecamera impietosa che lo sta riprendendo e con un deciso e gridato: «Non voglio essere ripreso» redarguisce il cameraman della Rai. «Basta amore!» sono le rassicuranti parole di Annamaria Sollecito rivolte al marito che impediscono l’ulteriore surriscaldamento dell’atmosfera.
É così da grande accusatore Angelini diventa accusato e condannato a una pena che si rivela maggiore (sia pur di soli 6 mesi) di quella avuta in primo grado da Ottaviano Del Turco. L’ex presidente della Regione, e alcuni componenti della sua giunta di centrosinistra, finiscono in carcere per tangenti proprio per la chiamata in correità resa da Angelini nel 2008 alla procura di Pescara. (Il processo di appello in una curiosa coincidenza si sta svolgendo in questi giorni ndr).
Ma tornando al processo di ieri, l’accusa per i primi due imputati avevano chiesto molto di più: 12 anni per Angelini, 7 anni per la moglie mentre per la figlia Chiara 3 anni e sei mesi. I magistrati avevano inoltre motivato la condanna per bancarotta fraudolenta anche del collegio sindacale di Villa Pini, rappresentato da Giovito Di Nicola, Maurizio Ascione e Lorenzo Appignani, 5 anni di reclusione per ognuno. Secondo i pm i tre avevano omesso di controllare e lasciato che si verificasse la incontenibile fuoriuscita di denaro dalle società di Angelini, quelle che producevano, come Maristella o Santa Maria, alla holding Novafin. Ma i tre, difesi dagli avvocati Giovanni Di Biase e Marco Femminella, sono stati assolti «perché il fatto non costituisce reato».
Il primo dei pm a parlare è Giuseppe Falasca. Il magistrato chiama a conforto della propria tesi la consulenza di Sergio Cosentino, dove si legge con chiarezza il flusso di denaro «di decine, centinaia di milioni», che confluivano nella Novafin «una società», dice Falasca, «della quale non si è mai capito che lavoro svolgesse, come mettesse a frutto questi denari». «Abbiamo provato che c’è una fuoriuscita di denaro finito nelle tasche della famiglia Angelini. Dissipato mentre», continua il pm, «già dalla fine del 2006 Villa Pini aveva mostrato una incapacità strutturale e venivano erogati ingiustificati fringe benefit ai primari e ai dirigenti della clinica. Falasca, nella breve requisitoria, ricorda anche il tesoro nascosto: 98,800 milioni, probabilmente finiti alle Antille olandesi.
Nel 2008, continua il procuratore capo Mennini, quando la gestione della clinica Villa Pini viene affidata alla figlia Chiara, la stessa dichiara con una mail che non c’è liquidità, che non ci sono soldi euro per pagare i 1.700 dipendenti del gruppo. Ma Angelini trova 216 mila euro da spendere in vini, 220mila euro in acquisti vari, 437mila in vestiti e 41mila euro in scarpe. «Il processo è semplicissimo», afferma Mennini prima delle richieste di condanna, «c’è la prova documentale che la famiglia Angelini aveva confuso il patrimonio della società con quello personale».
A chiedere il conto in aula c’è l’Unicredit, la banca rappresentata dall’avvocato Pierluigi Tenaglia, che si è costituita in giudizio e che la famiglia Angelini dovrà risarcire nella misura da quantificare in separata sede. «Le nostre ragioni di credito, come dimostra la consulenza del dottor Cosentino, ammontano a 123 milioni». Il legale ha chiesto 65 milioni di euro in concorrenza di 123 milioni. Per Angelini e la moglie è scattata inoltre l'interdizione perpetua dai pubblici uffici.

