Angeloni: io, ultrà teatino ho fatto follie per Chieti

14 Aprile 2019

L’ingegnere racconta gli anni della giovinezza al Vico e il lavoro in giro per l’Italia «Mai stato un “figlio di papà”, ho faticato duro. Che passione per calcio e basket»

CHIETI. Una vita controcorrente? «Forse. Comunque vissuta rifiutando mode e luoghi comuni di ogni genere». E chi conosce l’ingegner Giustino Angeloni non può che concordare. Teatino doc, un autentico ultrà nel difendere la propria identità e qualunque cosa possa essere collegata al prestigio della città che ama.
LA CIVITELLA. «Sono nato nel quartiere della Civitella con il suo mitico campo sportivo e tante famiglie delle più diverse estrazioni sociali. Adolescenza trascorsa tra la passione per il calcio e le austere aule del liceo classico Giovambattista Vico, dove ho conosciuto mia moglie Luciana, mentre si avvicinavano gli anni della contestazione e della passione politica, vissuta sulla sponda destra dello schieramento. Poi il ’68, che mi trovò studente di ingegneria a Firenze con la facoltà occupata. Non essendo un “figlio di papà” faticavo a capire perché si voleva mortificare la meritocrazia, unico elemento a disposizione di coloro che non potevano contare su nessun appoggio. Studiavo fuori, ma a Chieti ero sempre in prima fila nelle manifestazioni per l’allora Libera Università d’Annunzio che diede modo a tanti giovani di proseguire gli studi. “Angelo’, la devi fare finita”, diceva l’agente di polizia trascinandomi fuori da un improvvisato sit-in oppure al termine di qualche incontro ravvicinato con gli avversari». Preso di mira dagli studenti delle altre scuole che detestavano “quelli del classico”, in minoranza nelle contese politiche, comunque sempre al centro della vita cittadina.
LE SEI VASCHE. «Nostro quartier generale il Caffè Colombo lungo corso Marrucino mentre i “rossi” stazionavano dalle parti della Villa comunale. Ma ci si conosceva bene tutti e, alla fine, al di là di qualche sassaiola e di una sporadica scazzottata, non si andava». Si andava al mare, invece, e ogni estate scattava la corsa all’invito. «Da parte di alcuni amici più facoltosi che possedevano una casa a Francavilla. Era il tempo delle comitive e, al ritorno, si pensava già all’organizzazione, l’ultimo sabato di ottobre, della festa del nostro liceo che apriva, per così dire, la stagione». Feste da ballo e sport. «Su tutto, il prestigioso torneo internazionale di basket a giugno, con le telecronache del grande Aldo Giordani, un autentico spot per la città, poi tante altre manifestazioni e l’amicizia che nasceva con gli atleti che venivano a giocare nelle nostre squadre. Tutti insieme, puntuali, nelle tradizionali sei vasche serali lungo il centro storico». Per vedere ed essere visti, in un’epoca non dominata da Facebook. «Certo. Sei vasche bastavano e ci si divertiva. Però, al di là di un atteggiamento scanzonato, esisteva in tutti un senso di responsabilità e impegno sociale. Quello che mi portò, per circa quindici anni, sui banchi del consiglio comunale». Ovviamente all’opposizione.
LINATE-BRUGHERIO. Dirigente d’azienda apprezzato, l’ingegnere ultras Giustino Angeloni ha vissuto parecchio tempo lontano da Chieti. «E qui scatta la doppia personalità. Dal lunedì al venerdì le aziende per le quali ho lavorato, tra Perugia, Milano, Parma e Bologna, avendo sempre come punto di riferimento Carlo De Benedetti, persona alla quale debbo parecchio. Nel fine settimana, le partite di calcio del Chieti. Anche in trasferta, dove mi presentavo, spesso da solo, con la mia inseparabile sciarpa neroverde. Altra grande passione, il basket. Una volta, in occasione di una decisiva partita a Brugherio, mi offrii di accompagnare in auto l’amico Piero Dindelli, punto di forza della squadra ma quel giorno impegnato a Roma per motivi di lavoro, dall’aeroporto di Linate al palasport. Bisognava però coprire la distanza in meno di venti minuti. Vivevo a Milano e, per tutta la settimana, provai ogni sera il percorso. Alla fine, non so ancora come, centrai l’obiettivo. Piero arrivò in tempo utile. Giocò, vincemmo e approdammo in serie A2». Strepitoso.
QUATTRO AMICI AL BAR. Anni fa, la Calcio Chieti rischiò di scomparire. «Dovevo fare qualcosa. Con i “quattro amici al bar”, quello di piazza della Trinità, una sera ci incontrammo e mi convinsero a diventare presidente della squadra per partecipare al torneo di Promozione. Vincemmo due campionati di fila e fu un’esperienza indimenticabile». Sostenuta, magari, anche da qualche sacrificio economico. Giustino sorvola, un lampo negli occhi e si torna a parlare della “catena” della Villa, capolinea di una vasca allungata. «Noi di destra preferivamo non invadere il campo avverso esigendo però analogo comportamento. E poi, al di là della politica, superare quella catena in compagnia di una ragazza, dal lato dei laghetti, rappresentava, agli occhi di tutti, un impegno al quale non poter venir meno». Un sorriso e si prosegue. «Questa, forse, è nostalgia», dice, «ma quando, lontano da casa, ho incontrato tanti vecchi amici in posizioni di prestigio sono sempre stato assalito da una grande amarezza pensando ad una città ormai svuotata e disgregata secondo un micidiale disegno. A quelli della mia generazione restano, forse, un apprezzabile senso di appartenenza e, di sicuro, tanti bei ricordi». D’accordo. Ma se oggi fosse necessario cercare di contribuire al successo di una squadra che porta il nome di Chieti percorrendo in meno di venti minuti la distanza tra Linate e il palasport di Brugherio? «Non so. Le strade sono forse migliori ma l’età incombe. Comunque ci proverei». Questo è sicuro.
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