Assalti ai bancomat con le bombe: inflitte condanne per oltre 35 anni

Il tribunale dichiara colpevoli i cinque pugliesi che hanno terrorizzato interi paesi durante il 2021 Gli imputati incastrati da telecamere, gps e Dna. I raid compiuti tra Miglianico, Guardiagrele e Canosa
CHIETI. Trentacinque anni e undici mesi di carcere complessivi per cinque componenti della banda che ha terrorizzato il Chietino assaltando i bancomat con le bombe. Il tribunale presieduto da Guido Campli ha condannato a 11 anni e 2 mesi di reclusione e 11.500 euro di multa Riccardo Masciavè (35 anni); a 9 anni e 5 mesi di reclusione e 9.500 euro di multa Girolamo Rondella (36); a 5 anni e 3 mesi di reclusione e 5.000 euro di multa Giandomenico Palmieri (38), tutti di Cerignola. Nove anni e 5 mesi di reclusione e 9.500 euro di multa è la pena inflitta a Roberto Russo, 23 anni, di Foggia; sono invece 8 i mesi di reclusione che dovrà scontare Marco Conversano, 28 anni di Foggia. Le indagini sono state coordinate dal sostituto procuratore Giancarlo Ciani e condotte dai carabinieri del nucleo investigativo del comando provinciale di Chieti.
La sentenza pronunciata ieri, dunque, ha confermato pienamente la fondatezza dell’impianto accusatorio. In primo grado, con il rito abbreviato, erano stati già condannati Angelo Dibartolomeo (8 anni e 4 mesi di reclusione), Carlo Grossi (6 anni) e Sabri Yermani (2 anni). Le accuse sono di associazione a delinquere per commettere furti di auto, fabbricazione, porto, detenzione e utilizzo in luogo pubblico di ordigni esplosivi e di furto aggravato negli Atm di banche e Poste mediante utilizzo degli ordigni. I colpi, che hanno fruttato oltre 73.000 euro, sono stati messi a segno nel 2021 alla Bper di Miglianico, all’ufficio postale di Villa San Vincenzo di Guardiagrele e alla Bcc di Canosa Sannita (tentato). Masciavè, Rondella, Palmieri e Russo sono stati assolti dal reato di fabbricazione di esplosivi e condannati al risarcimento dei danni alle parti civili, ovvero Bper e Poste Italiane, da liquidare in separata sede.
Nel corso delle indagini, i carabinieri hanno sventato almeno due assalti. Il 29 settembre di tre anni fa i malviventi, intercettati a Miglianico, hanno gettato dall’auto due marmotte, ovvero i manufatti metallici a forma di “T” imbottiti con 600 grammi di polvere pirica ciascuno, le cui estremità vengono inserite nella fessure che erogano le banconote. Le carte dell’inchiesta parlano di «elevato grado di offensività» di questi ordigni «rudimentali ma non meno micidiali», le cui potenzialità sono «evincibili dagli evidenti effetti distruttivi prodotti, oltre che sulle vetrine esterne dello sportello, anche nei locali interni della filiale». Ecco perché la banda può essere definita come «un nucleo dall’elevata professionalità, capace di armarsi e costituente un pericolo per l’ordine pubblico».
Il covo della gang era un appartamento di Francavilla al Mare, sulla statale 16, nelle disponibilità di Dibartolomeo: una vera e propria base operativa dove gli imputati sono sempre transitati per l’organizzazione logistica, per il furto delle auto staffetta, per nascondersi subito dopo i colpi e per calcolare i tempi delle azioni criminali durante i sopralluoghi preliminari agli assalti. A incastrarli sono state le immagini delle telecamere di sorveglianza nelle aree dei furti, l’esame del Dna prelevato sui reperti, il cui esito è stato comparato con i profili genetici presenti nella banca dati nazionale, e l’analisi informatica dei gps delle auto impiegate per i raid.

