Assunzioni truffa, licenziato Di Odoardo

18 Novembre 2014

Mano pesante dell’Arta: non la semplice sospensione ma la rescissione del contratto da direttore

CHIETI. La mannaia dell’Arta che si è abbattuta ieri mattina sul direttore amministrativo, Luciano Di Odoardo, ha pochi precedenti nella pubblica amministrazione abruzzese. Il direttore generale dell’Agenzia regionale per la tutela ambientale, Mario Amicone, ha licenziato in tronco il suo braccio destro arrestato nell’inchiesta teatina sulle assunzioni-truffa all’Università D’Annunzio.

Di Odoardo, 69 anni, già direttore amministrativo e responsabile del personale della Asl, si è visto rescindere per sempre, e non semplicemente sospendere per la durata della detenzione ai domiciliari, il contratto dirigenziale che lo legava all’Arta, per cinque anni rinnovabili, a partire dal 2012. La rescissione è avvenuta nel giorno degli interrogatori di garanzia, davanti al gip, Paolo Di Geronimo, di quattro dei cinque arrestati (Marco Marino era assente per motivi di salute), e cioè dello stesso Di Odoardo, difeso dall’avvocato Nicola Giambuzzi, e di Patrizia Marino, 55 anni dipendente Asl di Ortona, la figlia Pamela Magno, di 32 anni e Maria Concetta Vadini, 55 anni di Ortona, assistiti dagli avvocati Peppino Polidori e Maurizio Mililli. I quattro hanno però scelto di avvalersi della facoltà di non rispondere. Ma le accuse di millantato credito, falso, truffa e sostituzione di persona, ipotizzate a vario titolo dal pm Giuseppe Bellelli che li ha “graziati” dal reato più grave di associazione per delinquere, sono documentate da intercettazioni telefoniche che confermano le denunce di 17 parti offese. Tutto ciò, sempre ieri, ha spinto la difesa a optare già da adesso per una richiesta di patteggiamento collettivo con l’applicazione di una pena di circa due anni a testa e relativo risarcimento di somme, per un totale di 80 mila euro, spillate ai truffati. Ma chi è la vera parte offesa? La risposta non è così scontata come sembra. E’ molto interessante la riflessione che il gip fa nelle ultime pagine dell’ordinanza di custodia cautelare. Di Geronimo infatti indica l’Università e i suoi rettori, l’attuale Carmine Di Ilio e il predecessore, Francesco Cuccurullo, come la «vera parte offesa, che la norma intende proteggere». Mentre i genitori di quei giovani che pensavano di comprare un posto d’autista, portaborse, impiegato di 8° livello ecc, con le mazzette, che in un caso sono state di 30mila euro, sono, nella realtà oggettiva, vittime di millantori, arrivati al punto di imitare al telefono la voce del rettore Di Ilio, ma nella loro visione soggettiva veri e propri corruttori. In una delle intercettazioni emergono retroscena di figli che rimproverano il padre per la sua scelta di pagare tangenti in cambio di assunzioni. Così come nell’episodio che coinvolge l’indagato Lino Camillo D’Arcangelo, ex vice sindaco di Casalincontrada, dove spuntano due assegni con falsa firma del rettore, quei genitori credono davvero che siano titoli riscuotibili come risarcimento della mazzetta non andata a buon fine. Se non si fosse trattata di una truffa stile fontana di Trevi che Totò voleva vendere a un ingenuo turista americano, ci troveremmo a parlare di ben altro tipo d’inchiesta sul malaffare italiano. Buon per loro che quei posti erano un bluff.(l.c.)