Auto, orologi di lusso e ditte: così la banda ha investito i soldi dell’assalto al caveau

1 Febbraio 2024

Svelate le spese sfrenate di uno degli indagati dopo la rapina da film all’Ivri: dai vestiti griffati alla serata trascorsa nella discoteca più famosa di Milano

CHIETI. I soldi rapinati durante l’assalto da film al caveau dell’istituto di vigilanza Ivri-Sicuritalia di San Giovanni Teatino sono stati investiti anche in automobili di alta gamma, orologi preziosi e attività imprenditoriali. A sostenerlo è la Direzione distrettuale antimafia dell’Aquila, che ha coordinato l’inchiesta della squadra mobile di Chieti sfociata nel blitz di due giorni fa con 6 arresti e 33 indagati, coinvolti a vario titolo nel colpo da 4,8 milioni di euro del 24 marzo 2022 e nel raid sventato dalla polizia a Cesinali (Avellino) il 13 ottobre dello stesso anno.
Per l’accusa, sostenuta dai sostituti procuratori Simonetta Ciccarelli e Marika Ponziani, il capo indiscusso della banda è Pasquale Saracino, 49 anni, di Cerignola. «L’analisi dei suoi dati reddituali e di quelli dei familiari», scrivono i pubblici ministeri, «consente di presumere che il tenore di vita condotto dall’indagato, dai figli e dalla moglie sia indubbiamente finanziato con entrate di natura extra-reddituale». Più nel dettaglio: «Automobili di alta gamma, vestiti di lusso, orologi preziosi e serate nei locali più esclusivi di Milano devono senz’altro attribuirsi agli ingenti profitti illeciti realizzati da Pasquale Saracino in ragione della sua decennale appartenenza a un’agguerrita associazione criminale dedita all’assalto ai furgoni portavalori e ai caveau. La smisurata disponibilità di fondi di natura delittuosa, inoltre, induce Saracino e i suoi familiari a impiegarne una parte in attività economiche e imprenditoriali, con stratagemmi utili al reinvestimento e alla contestuale dissimulazione della loro genetica illiceità». Gli investigatori del commissario capo Nicoletta Giuliante hanno esaminato i dati relativi ai redditi della famiglia di Saracino a partire dal 1998. «È evidente», sottolineano i pubblici ministeri, «la sussistenza di una forte difformità tra la consistenza dei redditi e la capacità di spesa dimostrata dai soggetti in analisi nel corso delle indagini». A titolo esemplificativo viene citato «il tour di shopping milanese per le vie delle griffe più prestigiose del capoluogo lombardo con serata di svago al Just Cavalli (famosa discoteca, ndr) che stride fortemente con i redditi di cui sopra».
Ma non basta. «Auto di lusso e orologi preziosi», annota la Direzione distrettuale antimafia, «sono all’ordine del giorno nei post pubblicati sui social da Luigi Matteo Saracino», il 29enne figlio di Pasquale anche lui indagato nell’ambito dell’inchiesta. «Le risorse necessarie a tali spese», rimarca l’accusa, «vanno necessariamente attribuite all’attività illecita di Pasquale, così come i fondi impiegati per l’avvio di imprese che vanno tutte inquadrate in una vasta operazione di auto-riciclaggio del denaro proveniente dalle rapine ai portavalori».
Dall’inizio delle intercettazioni telefoniche e ambientali gli investigatori hanno accertato «l’improvvisa disponibilità economica» di Ferdinando Piazzolla, 35 anni, residente a Pineto, ritenuto uno dei basisti della banda insieme ad Antonio Frani, 41 anni, di Vacri. «Immediatamente dopo la rapina di San Giovanni Teatino», i poliziotti hanno documentato da parte di Piazzolla e della moglie «preventivi di spesa e acquisti esosi, sicuramente inusuali per persone che debbono ricorrere ai sussidi statali per il sostentamento». In una conversazione, ad esempio, i due coniugi «elencano una serie di acquisti, calcolando di aver speso sino a quel momento all’incirca 20.000 euro». In un’altra conversazione, la moglie «dapprima invita il marito a spendere, aggiungendo però che, quando arriveranno “quei soldi”, non andranno toccati, come a lasciar intendere l’arrivo di una considerevole somma ad appena venti giorni dalla rapina di San Giovanni Teatino».
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