Baby squillo, sequestrati i profili social: ora è caccia alle chat con le foto e i clienti

21 Febbraio 2023

L’esperto nominato dalla procura analizzerà gli account di posta elettronica, Facebook, Instagram e siti di incontri Gli accertamenti informatici nei confronti dei 3 indagati sono stati ordinati per comprendere l’ampiezza del giro illecito

CHIETI. Due account di posta elettronica e otto profili social tra Instagram, Facebook e applicazioni per incontri come Badoo, Lovoo e Tinder. Li hanno sequestrati i poliziotti della squadra mobile di Chieti, su ordine della procura distrettuale dell’Aquila, nell’ambito dell’inchiesta in cui figura come vittima una ragazzina di 16 anni e tre persone sono sotto accusa, a vario titolo, per prostituzione e pornografia minorile e atti sessuali con minorenne.
Non solo sei cellulari e due computer, dunque: il sostituto procuratore Roberta D’Avolio ha disposto anche di passare al setaccio le chat e le fotografie contenute sui social network utilizzati dagli indagati, due ragazzi di 28 e 19 anni e una ragazza appena maggiorenne. Quest’ultima è finita sotto indagine perché, sempre in base all’ipotesi investigativa, nel corso di conversazioni tramite Whatsapp, avrebbe indotto la ragazzina a prostituirsi. Agli altri due indagati, invece, è contestato anche il reato di atti sessuali nella forma continuata.
Ad analizzare il materiale informatico e a recuperare chat eventualmente cancellate sarà l’ingegnere informatico Davide Ortolano, che è stato già nominato consulente tecnico del pubblico ministero. Anche i tre giovani finiti sotto inchiesta – assistiti dagli avvocati Massimo Dragani, Francesco Odoardi e Fabrizio Cirillo – hanno avuto l’opportunità di indicare un esperto. Dall’esito degli accertamenti, quindi, sarà possibile definire l’ampiezza del giro di baby squillo e individuare eventuali altri clienti, oltre che comprendere se anche nel capoluogo teatino e nei paesi limitrofi si siano verificati fenomeni che, almeno finora, sembravano avere come scenario solo grandi città, a partire da Roma.
La più recente inchiesta sulla prostituzione minorile nella Capitale ha svelato come alcune giovani, figlie di famiglie benestanti, avessero deciso di fare le escort per “gioco”. O meglio: per soldi. Per regalarsi costosissimi accessori che, altrimenti, padri e madri non avrebbero mai comprato loro: borsette griffate, scarpe di marca, abbigliamento delle più blasonate maison e cellulari di ultima generazione.
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