Bar e auto sotto sequestro Gli indagati pronti ai ricorsi

SAN SALVO. Operazione Evelin, non sono esclusi nuovi sviluppi e sequestri nell’inchiesta sull’affare dello spaccio di droga nel Vastese. Carabinieri e guardia di finanza continuano ad indagare e,...
SAN SALVO. Operazione Evelin, non sono esclusi nuovi sviluppi e sequestri nell’inchiesta sull’affare dello spaccio di droga nel Vastese. Carabinieri e guardia di finanza continuano ad indagare e, dopo i sigilli scattati al bar Evelin di San Salvo, a 4 immobili, 5 società e a 19 auto per un valore di 1,2 milioni di euro, potrebbero arrivare altri provvedimenti.
Ma i legali dei proprietari dei beni sequestrati lunedì scorso contestano i provvedimenti e annunciano ricorsi. Il patrimonio sequestrato ha un valore equivalente, a detta degli investigatori, del profitto illecito stimato in almeno 1,2 milioni. «Ma non è affatto così», ribatte l’avvocato Antonello Cerella, «il bar Evelin e l’appartamento del mio cliente, costano alla madre rispettivamente mille e 1.500 euro di affitto ogni mese con riscatto. Gli affitti vengono pagati con i proventi dell’attività commerciale. Movimenti di denaro legali che sono facilmente riscontrabili grazie alla tracciabilità. Non si tratta quindi di beni provento di spaccio e devono essere restituiti al proprietario», afferma l'avvocato Cerella.
Anche l’avvocato Marisa Berarducci è pronta a impugnare i sequestri perché i beni sequestrati ai suoi clienti sono intestati a terzi. Gli avvocati sostengono inoltre che non è mai esistita una organizzazione malavitosa fra gli accusati. Anzi alcuni accusati si conoscerebbero appena, a detta della difesa. Ognuno avrebbe avuto una propria vita. Molti degli episodi contestati dalla Distrettuale antimafia alla gang dei 20 indagati arrestati a novembre , a detta dei difensori, sarebbero avvenuti mentre alcuni dei presunti associati erano addirittura lontani da San Salvo.
I legali degli albanesi finiti in arresto per associazione dedita allo spaccio definiscono «inesistente» il castello accusatorio. Secondo gli investigatori, invece, il gruppo aveva formato un’associazione piramidale . «Non può essere così perché il mio cliente non ha mai condiviso le attività di altri», afferma l’avvocato difensore Cerella, «L’unica cosa che accomuna gli indagati è la nazionalità». (p.c.)
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