Benito, un mistero che dura da due anni

14 Marzo 2019

Domani la ricorrenza. Ricerche senza risultati. La figlia: «Qui intorno di lui non c’è traccia, ma questa per noi è una tortura»

GUARDIAGRELE. No, non datele le condoglianze. «Non le accetto», dice con lo sguardo fisso alla parete sul caminetto. Ci aveva provato una parente, nei giorni successivi alle ricerche del papà, a rivolgerle due parole di cordoglio ma c’è rimasta talmente male da serbare nel suo cuore una sorta di rancore verso chi proferì quella frase. E se lo ricorda oggi, che sono passati due anni da quel triste 15 marzo 2017, vuol dire che una ragione ci sarà.
FRASTUONO E SILENZIO. Rosanna Della Penna ci accoglie nella sua casa di Piana San Bartolomeo con la discrezione di una famiglia che tratta gli altri come merce rara. Domani fanno due anni che suo papà, Benito, all’epoca 83enne, è sparito facendo perdere di sé ogni traccia. Al civico 19 della contrada si sente soltanto il frastuono causato dal viavai dei mezzi pesanti diretti alla zona industriale di Atessa e verso l’autostrada. Il silenzio, quando c’è, è interrotto da qualche cane che abbaia. Per il resto la pace avvolge questa casa come se all’improvviso dovesse accogliere Benito al rientro dalla sua consueta passeggiata fatta nei paraggi.
IL TORMENTO. «Qui intorno papà non c’è», ripete Rosanna come un mantra accennando con gli occhi alla vicina finestra, «ne sono convinta al cento per cento. E, purtroppo, sto male più adesso che prima: questa per la mia famiglia non è stata una perdita normale». Già, perché di Benito che cosa ne è stato? «Vivere così per noi è una tortura continua», riprende Rosanna, «bisogna sbrogliare questa matassa». Sì, ma come?
BASTONE E PROTESI. Tutte le ricerche svolte finora nelle vicinanze della casa, in uno degli incroci stradali più frequentati della zona di Guardiagrele, non hanno portato ad alcun risultato. L’ultima battuta, in ordine di tempo, risale a qualche domenica fa con il gruppo di volontari Sos Metal Nazionale e con l’associazione History Hunters attrezzati di metal detector e con la speranza che quella strumentazione captasse qualche segnale del bastone che Benito utilizzava sempre per i suoi spostamenti o della protesi che anni fa gli avevano impiantato all’anca sinistra. Ma nessun richiamo è giunto dai terreni che circondano la zona.
L’INDIZIO CHE NON ARRIVA. «Ogni tanto vado a rivedere qui intorno i luoghi all’aperto che papà frequentava di più», riprende Rosanna, «nella speranza che qualcuno lasci un indizio che possa aiutarci a riprendere le ricerche. Papà non può essere sparito nel nulla. Questa è una zona in cui in ogni secondo del giorno passano veicoli e se lui era in strada intorno alle 17 di due anni fa, in pieno giorno, devono averlo visto. C’è qualcuno che sa e non parla. Se l’hanno fatto salire su qualche auto deve averci messo anche un po’ di tempo visto che non poteva piegarsi facilmente per il problema che ha alla gamba».
TRA RICORDI E VESTITI. La moglie di Benito, Maria Domenica, 85 anni il mese prossimo, è nella stanza al piano terra dell’abitazione. A due anni dalla sparizione del marito, ogni tanto, nei momenti di lucidità, chiede tra sé e sé: “Sta facendo notte, dove sta Benito?”. In passato era solito affermare: “Me l’hanno rubato”. «Nella camera dei miei, non abbiamo toccato nulla», riprende Rosanna, «anche se è da poco che ho cominciato ad aprire l’armadio di papà. E fa davvero male guardare i suoi vestiti, sentire l’odore di quegli abiti e non sapere dove si trovi. Mio nonno è morto in guerra a Orsogna, ma almeno lì c’è una lapide con su scritto il suo nome e questo in parte ci conforta: basta andare lì e avvertiamo la sua presenza. Ma di papà che cosa ne è stato? Al momento si sa soltanto che è sparito, volatilizzato. Non una traccia in strada, non un segnetto, un indizio, un particolare che quel giorno maledetto avesse indosso: niente».
LAMETTE E SPAZZOLINO. Qualche giorno dopo la sparizione fu prelevato anche il Dna di Benito dalla lametta da barba, dallo spazzolino per i denti e dal cappellino che indossava di notte d’inverno. «Il tutto», sottolinea Rosanna, «era finalizzato a un eventuale riscontro su qualcosa che durante le ricerche si sarebbe dovuto pur scoprire nei paraggi. E invece niente. Non sappiamo niente, siamo all’oscuro di tutto».
I DUE CAPPELLINI. Nell’ultima ricerca, quella dello scorso 17 febbraio, approfittando del tempo clemente e dell’erba ancora bassa, furono trovati due cappellini: quello forgiato con alcune nastrine di metallo e nascosto dietro uno dei mille rovi della zona e l’altro che il pensionato utilizzava per la copertura di uno spaventapasseri, nel campo in cui la famiglia Della Penna cura da generazioni alcuni ulivi. «Non è nulla di che», taglia corto Rosanna, «sono cose di cui eravamo a conoscenza». Dunque, di Benito non c’è niente. Solo dolore e zero conforto. Le condoglianze? Il lutto? No, no. Per Rosanna la morte del papà non è mai passata da qui.
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