Buca il muro e ruba la cassaforte «No al permesso di soggiorno»

25 Aprile 2019

Provvedimento del Tar dispone la revoca del titolo per un marocchino dopo il tentato furto in una villa I giudici: l’extracomunitario non ne ha diritto, è pericoloso e aveva un piano criminale con due complici

CHIETI. Un buco nel muro di una villa per puntare alla cassaforte e scappare poi con soldi e gioielli. C’è questo episodio dietro la revoca del permesso di soggiorno per un marocchino. Una sentenza del Tar di Pescara dice che se la cancellazione del permesso avviene «per ragioni di pericolosità sociale», il responsabile non ha diritto a un altro titolo: deve per forza lasciare l’Italia.
RICORSO BOCCIATO. La decisione, presa dalla presidente del Tar Renata Emma Ianigro con Massimiliano Balloriani e Massimiliano Balloriani, arriva dopo un ricorso presentato dal marocchino contro un provvedimento della questura di Chieti che aveva gli revocato il permesso di soggiorno per due motivi: il tentato furto nel Chietino risalente al 2014 – «Al fine di trarne profitto», dice la nota della polizia, «in concorso con altri due soggetti si introduceva in un’abitazione attraverso un foro praticato in una parete tentando di forzare la cassaforte» – e una denuncia del 2006 legata a una maxi indagine sul lavoro nero a Modena per i reati di falsità ideologica, falsità in scrittura privata e ricettazione insieme ad altre 101 persone. Anche la prefettura, dopo la questura, si era espressa per la revoca del permesso.
LA SENTENZA. Stessa linea, ora, per il Tar: «Il furto perpetrato con violenza sulle cose, che ha determinato un danno di non lieve entità per la vittima, diventa un fatto impeditivo al rilascio del permesso», dicono i giudici. E, secondo la sentenza, il permesso svanisce per sempre: «Quanto alla valutazione in ordine alla concreta e attuale pericolosità sociale dello straniero, al grado del suo radicamento familiare, sociale e lavorativo in Italia, le modalità della condotta (la realizzazione di un buco nella parete e il tentativo di asportazione di una cassaforte, nonché la presenza di due complici) denotano una certa pianificazione e organizzazione del piano criminale, sicché esso rileva una spiccata pericolosità sociale e non si presenta come fatto meramente occasionale».
FUGA DA ATLETA. Nel ricorso, il marocchino aveva messo in discussione il riconoscimento eseguito dalla vittima del furto: l’extracomunitario fu arrestato circa 45 minuti dopo il tentato furto, «a circa 800 metri dalla villa e a circa 300 metri dalla propria abitazione». «Sarebbe irragionevole», dice il ricorso del marocchino, «pensare che una persona atletica come egli è avrebbe impiegato tre quarti d’ora per percorrere 800 metri e comunque non si sarebbe poi certo fermato a pochi metri dalla propria abitazione senza raggiungerla». «Le argomentazioni della difesa», dicono i giudici, «non paiono convincenti in quanto dagli atti risulta comunque che la vittima stessa ha fornito una descrizione dell’autore prima che il medesimo venisse rintracciato dalla polizia e tale descrizione ha avuto poi riscontro in sede di riconoscimento diretto; sicché v’è una concreta dimostrazione dell’attendibilità delle dichiarazioni della vittima, che hanno avuto un riscontro successivo». I giudici concludono così: «Sul piano della dimostrazione dell’inserimento sociale e lavorativo, appare infine evidentemente insufficiente la mera affermazione, contenuta negli scritti difensivi, in ordine a una presunta attività lavorativa in nero che il medesimo svolgerebbe».