Cade il reato mafioso, solo affari di droga

25 Aprile 2019

Vasto, rigettato il ricorso della Procura sull’operazione antispaccio: restano le pene ridotte dalla Corte d’Appello

VASTO. L’associazione che gestiva il traffico di sostanze stupefacenti nell’hinterland vastese non era di stampo mafioso. Lo ha stabilito la prima sezione della Corte di Cassazione che nel tardo pomeriggio di lunedì ha rigettato il ricorso proposto dalla Procura generale dell’Aquila, mettendo fine a una vicenda giudiziaria iniziata oltre cinque anni fa con gli arresti dell’operazione Adriatico operati su disposizione della Procura distrettuale antimafia dell’Aquila.
Il 6 febbraio 2014 un imponente blitz dei carabinieri dei reparti speciali (Ros) aveva portato all’arresto di 15 persone e a oltre 80 indagati per i reati di associazione di stampo mafioso e traffico di sostanze stupefacenti. Secondo l’accusa al vertice del presunto clan mafioso c’erano Lorenzo Cozzolino, ex esponente del clan Vollaro operante nel napoletano, e la moglie Italia Belsole. Proprio questi ultimi avevano deciso di collaborare con la giustizia scoperchiando il vaso di pandora e portando alla luce episodi di violenza e criminalità avvenuti nel vastese dal 2003 al 2013. Il tribunale di Vasto il 22 marzo 2016 aveva condannato a pene severe gran parte degli imputati ritenendo sussistente il reato di associazione mafiosa. Solo un anno e mezzo dopo, il 7 ottobre 2017, la Corte d’Appello di L’Aquila ha riformato la sentenza di primo grado riqualificando i fatti nel reato di associazione semplice e rideterminando le pene inflitte. La sentenza della Corte di Cassazione conferma le condanne decise dalla Corte aquilana sul traffico di sostanze stupefacenti e, al contempo, ribadisce l’assenza del reato di associazione mafiosa ponendo una pietra tombale sul primo processo di mafia tenuto a Vasto.
«Finalmente», ha detto Antonello Cerella, uno dei difensori, «è stata riconosciuta la mancanza degli elementi costitutivi del reato di associazione di stampo mafioso e, in particolare, l’inesistenza della pervasività mafiosa nel tessuto sociale. Fin dal primo grado di giudizio abbiamo sostenuto con fermezza come non fosse stato provato il diffuso clima d’intimidazione e il conseguente stato di assoggettamento e condizione di omertà propri del cosiddetto metodo mafioso». Esultano anche gli altri difensori, Marisa Berarducci, Alessandro Orlando, Paolo Del Viscio, Arnaldo Tascione, Raffaele Giacomucci, Antonella Mancini e Massimiliano Baccalà. Cancellate le condanne per associazione a delinquere di stampo mafioso, i 299 anni di carcere inflitti in primo grado si sono ridotti di un terzo. Estinte per prescrizione altre condanne. La vicenda si conclude quindi con 11 condanne, 9 assoluzioni, e il non luogo a procedere nei confronti di altri 5 imputati.