Chieti, domani l’ultima allo stadio. Sport teatino in ginocchio: così la città è stata umiliata

7 Novembre 2026

Dal disastro del calcio al basket: Chieti sparisce dai palcoscenici che contano

CHIETI

Il castello era magnifico. Peccato fosse di carta. E che, a tenerlo in piedi, ci fossero soprattutto le parole. Oggi che è venuto giù, non resta molto da raccogliere, nemmeno qualche frammento di dignità da mostrare ai tifosi. Il calcio teatino si ritrova in ginocchio, e con lui un movimento sportivo cittadino che non aveva certo bisogno di un’altra disgrazia. Eppure, due anni fa, proprio di questi tempi, il futuro del Chieti aveva l’aria di essere una faccenda meravigliosa. Il presidente Gianni Di Labio e l’autoproclamatosi patron Altair D’Arcangelo distribuivano promesse con una generosità che, applicata ai bilanci, avrebbe probabilmente fatto miracoli.

LE PROMESSE

La serie C era praticamente dietro l’angolo. Nell’area del Villaggio del Mediterraneo sarebbero sorti stadi avveniristici da ventimila posti. Chieti sarebbe diventata una piccola Coverciano. E già che c’erano, i due si dichiaravano pronti a mettere mano al portafoglio anche per la mensa scolastica e per riparare le strade dissestate del Comune. Il programma era impegnativo, bisogna riconoscerlo. Restava soltanto il dettaglio di realizzarlo. D’Arcangelo, nel frattempo, trovava modo di coltivare anche sorprendenti progetti politici, dei quali non era semplicissimo comprendere la destinazione. All’Angelini, invece, sfilavano cantanti, artisti e sedicenti tali, pescati in quel vasto repertorio di celebrità che hanno conosciuto tempi migliori. Un contorno perfettamente intonato alla stagione delle meraviglie. Si annunciavano stadi, promozioni, opere pubbliche, rinascite sportive. Sembrava che a Chieti fosse arrivato qualcuno deciso a risolvere, in un colpo solo, i problemi del calcio e quelli della città. Bastava avere fiducia. E, possibilmente, non fare troppe domande.

LA REALTÀ

Due anni dopo, le domande sono rimaste. Le risposte, purtroppo, sono arrivate. Della serie C non si vede traccia. Dei ventimila posti neppure. Quanto alla piccola Coverciano, converrà rimandare la cerimonia di inaugurazione. La realtà ha seguito un programma decisamente meno ambizioso, ma assai più concreto. I calciatori, senza stipendio, sono arrivati al punto di dover cercare ospitalità a casa di un dirigente per riuscire a mettere insieme il pranzo con la cena. Non è un modo di dire, né una licenza narrativa: è la fame, quella vera, entrata nello spogliatoio di una squadra che avrebbe dovuto conoscere ben altre fortune. Poi è arrivato il pignoramento del pullman con il simbolo della società. Una scena che sarebbe sembrata una trovata di cattivo gusto, se non fosse accaduta davvero. Allo stadio è stata anche interrotta la fornitura del gas per il mancato pagamento delle bollette. In due anni si è passati dai progetti per un impianto da ventimila spettatori alla difficoltà di pagare i servizi essenziali di quello esistente. Una parabola che si racconta quasi da sola, senza bisogno di aggiungere aggettivi.

TITOLI DI CODA

Il peggio, però, sembra essere stato tenuto per il finale. Dopo aver promesso al Chieti un futuro grandioso, questa dirigenza si prepara a consegnargli qualcosa di assai più modesto: la scomparsa dal calcio giocato. Dell’intero catalogo delle promesse non si è realizzato, a voler essere generosi, neppure l’uno per cento. In compenso, le conseguenze di quella gestione sono ormai sotto gli occhi di tutti. Domani, salvo colpi di scena che a questo punto richiederebbero più di un semplice ottimismo, il Chieti disputerà la sua ultima partita nel campionato regionale di Eccellenza. Novanta minuti e poi, con ogni probabilità, basta. Non ci sono più le condizioni minime per continuare. Il calcio giocato si ferma dove si sono già fermate le risorse, mentre la società sembra avviata verso un epilogo che, a giudicare dalle premesse, non può sorprendere nessuno.

LE TRATTATIVE SALTATE

Anche le trattative per la cessione del club hanno offerto il loro contributo alla rappresentazione. Qualche mese fa era tramontata la pista di Alessandro Nuccilli, romano, personaggio che le cronache avevano già conosciuto per una singolare apparizione a Siena: si presentò in conferenza stampa davanti a giornalisti e telecamere utilizzando il falso nome di Alessandro Monzi. Una storia che, per una volta, non aveva bisogno di essere romanzata. Due giorni fa è arrivato anche il rifiuto definitivo dei fratelli Luca ed Emanuele Visani, pure loro romani, all’ipotesi di rilevare la società. Con quest’ultimo no si è chiuso, di fatto, anche il residuo spiraglio di un salvataggio dall’esterno.

I PRECEDENTI

Per i tifosi neroverdi, purtroppo, non si tratta neppure di una novità. Dieci anni fa, nel 2016, il Chieti scomparve dopo la decisione della società allora guidata da Mauro Giacomini di non scendere più in campo. Seguirono la radiazione e il fallimento. Sembrava una lezione sufficientemente dolorosa da scoraggiare repliche. Evidentemente non era così. Del resto, andando ancora indietro, si arriva al 2006. Un’altra scomparsa. A questo punto, più che una storia sportiva, sembra una ricorrenza decennale. Nel 2006 il primo disastro, nel 2016 il secondo, nel 2026 il terzo.

la pallacanestro

Il Chieti riesce così nella poco invidiabile impresa di tornare al punto di partenza ogni dieci anni, dopo aver consumato nel frattempo speranze, illusioni e pazienza. E il quadro cittadino non offre particolari consolazioni. Chieti, capoluogo di provincia, fatica ormai a trovare nello sport una rappresentanza all’altezza della propria storia e del proprio blasone. Il calcio è soltanto la ferita più recente. Nel marzo dello scorso anno era scomparsa dal panorama cestistico nazionale anche la storica formazione biancorossa di basket. Un’altra pagina chiusa, un altro pezzo di storia sportiva consegnato ai ricordi. Di questo passo, il rischio è che a Chieti restino più nostalgie che campionati da seguire.

LA QUESTUA

Domani, dunque, dovrebbe arrivare il congedo. Preceduto, nelle ultime ore, da affannose raccolte di fondi, quasi che una questua organizzata in extremis potesse rimediare a ciò che non si è riusciti a costruire in due anni. È l'ultima scena di una stagione disastrosa, ma soprattutto l’epilogo di un disastro annunciato. I segnali c’erano da tempo. Naturalmente, chi provava a indicarli veniva spesso accolto con il consueto ritornello: la colpa era dei giornalisti, brutti, cattivi e soprattutto colpevoli di remare contro. Una spiegazione molto comoda. I conti non tornavano, gli impegni restavano inevasi, le promesse si accumulavano. Ma il problema, a quanto pare, erano quelli che lo raccontavano.

LA DOMANDA SCOMODA

Sul luogo dell’ultimo naufragio, salvo improbabili sorprese, Di Labio non dovrebbe comparire. E neppure D’Arcangelo, che dalle parti dell’Angelini non si vede ormai da più di un anno. La sua assenza precede di parecchio l’epilogo della vicenda. Un particolare che acquista un certo sapore ripensando alla stagione in cui il futuro del Chieti veniva annunciato con ben altra assiduità. Resta però una domanda, forse la più scomoda, alla quale sarebbe interessante ricevere una risposta. Perché Di Labio, affiancato dal vicepresidente Dario Scurci, ha insistito tanto nel portare avanti un progetto che appariva ormai privo delle necessarie basi economiche e strutturali? Perché prolungare una situazione che, almeno a giudicare da ciò che è accaduto, non sembrava avere alcuna concreta possibilità di risollevarsi? Il sospetto è che questo ostinato accanimento nel tenere in vita la società possa rispondere anche alla volontà di rinviare il momento in cui un eventuale fallimento aprirebbe questioni estranee al rettangolo di gioco, con conseguenze potenzialmente più serie di una sconfitta o di una retrocessione. È un interrogativo che la condotta della dirigenza lascia sul tavolo e che meriterebbe una spiegazione. Anche perché, quando una squadra è arrivata a questo punto, chiedere conto delle ragioni di certe scelte non può essere liquidato come un esercizio di disfattismo. Domani, intanto, all’Angelini si giocherà. Forse per l’ultima volta. E sarà difficile non ripensare a quel futuro luminoso, agli stadi da ventimila posti, alla serie C, alla piccola Coverciano, persino alla mensa scolastica e alle buche nelle strade. C’era posto per tutto, nel mondo immaginato da Di Labio e D’Arcangelo. Tranne, a quanto pare, per un Chieti capace di sopravvivere.

L’ULTIMA SOFFERENZA

Il sipario sta per calare e i due protagonisti di quella stagione di promesse sembrano destinati a mancare all’ultima rappresentazione. I tifosi, invece, ci saranno ancora, a fare i conti con l’ennesima scomparsa della loro squadra. È questa la differenza più amara: chi aveva annunciato di voler portare il Chieti tanto lontano non sembra intenzionato neppure ad accompagnarlo fino all’uscita. Per uno stadio da ventimila posti bisognerà ripassare. Per assistere alla fine del Chieti, purtroppo, basta quello che c’è.

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