Chieti, la testimonianza: giornalista colpito più volte in faccia

3 Marzo 2015

Dall’ospedale spunta l’indizio che può far crollare la tesi della legittima difesa. La polizia convoca altri cinque testi

CHIETI. «Diverse microfratture generate da più colpi». La notizia che rimbalza dall’ospedale di Pescara può far crollare la tesi della legittima difesa dell’indagato. Da una parte c’è Simone Daita, 52 anni di Chieti, che lotta contro la morte e, dicono i medici, se dovesse uscirne vivo rimarrebbe menomato per tutta la vita. Il pugno fatale, quello che nella notte tra sabato e domenica scorsi l’ha colpito in fronte, gli ha fratturato le ossa del cranio e lesionato il cervello. La sua famiglia, che gli è stata sempre vicino, sta vivendo ore d’angoscia e rabbia. Ma Emanuele D’Onofrio, 23 anni, difeso dall’avvocato Roberto Di Loreto e, da ieri pomeriggio, formalmente indagato per lesioni personali gravi, afferma di essere stato colpito per primo da Daita.

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«Mi sono difeso. Gli ho dato un pugno perché lui stava caricando per la seconda volta il destro», ha detto il giovane teatino agli investigatori della seconda sezione della squadra mobile. Nella tarda serata di ieri però sono trapelate notizie da Rianimazione dell’ospedale Spirito Santo che finiranno oggi al vaglio del pm Giuseppe Falasca.

Le notizie sono due: Daita non avrebbe riportato solo una duplice frattura alla fronte e alla nuca per il pugno e la caduta di schiena sotto i portici di piazza Vico davanti al bar Bon Bon. Ma, all’altezza degli zigomi, il 52enne presenterebbe una serie di piccole fratture non direttamente ricollegabili ad un unico pugno. Il secondo indizio riguarda le mani di Simone che, stando a indiscrezioni trapelate sempre ieri, non presentano alcuna lesione, neppure minima, che possa far pensare a un pugno sferrato da Daita. Non è possibile azzardare alcuna considerazione o conclusione ma questi nuovi elementi saranno vagliati dalla polizia e dal magistrato che ha peraltro deciso di far ascoltare almeno altri quattro testimoni, che si aggiungono ai cinque già sentiti, che tra sabato notte e domenica erano presenti in piazza Vico.

Il giovane indagato e l’amico, A.B., che era con lui, parlano entrambi di legittima difesa. Ma da oggi questa versione sarà passata ai raggi X. E non è escluso sia che altri testimoni si facciano avanti nelle prossime ore sia che la polizia sequestri l’impianto di videosorveglianza del bar della piazza che, pur essendo rotto dal 5 febbraio, come asserisce la proprietaria, potrebbe essere sottoposto a perizia tecnica. Dall’altra parte della barricata, il difensore del 23enne non si sbilancia più di tanto. L’avvocato Di Loreto ribadisce che il suo assistito si è solo difeso e che «è affranto per quanto è accaduto l’altra notte». Ma oggi è il giorno chiave delle indagini.