Chieti, morì per la protesi: risarciti anche i nipoti

A 77 anni deceduta dopo un intervento all’anca: la Asl (che non fa appello) deve pagare 900mila euro non solo agli eredi diretti
LANCIANO. Morì in ospedale dopo un intervento per la protesi all’anca: la Asl dovrà pagare quasi 900mila euro a figli e nipoti dell’anziana. È un maxi risarcimento quello al quale il tribunale di Chieti condanna l’azienda sanitaria provinciale dopo aver accertato «la grave ed esclusiva responsabilità dei sanitari dell’ospedale Santissima Annunziata di Chieti». La particolarità della sentenza, emessa nei mesi scorsi dal giudice Camillo Romandini, è che il diritto al risarcimento danni non è stato riconosciuto solo agli eredi diretti, ovvero i figli, ma anche a nipoti e nuore, sebbene in minor parte.
La vicenda risale all’ottobre del 2012, quando una 77enne di un paese del Frentano venne ricoverata nella clinica ortopedica dell’ospedale di Chieti. All’anziana, che lamentava dolori all’anca destra, venne consigliato di sottoporsi ad intervento chirurgico per applicare una protesi. Operazione considerata di routine, dopo la quale la donna sarebbe stata dimessa per effettuare la riabilitazione ad Atessa. Ma a 42 giorni dal ricovero, senza mai uscire dall’ospedale, la 77enne è morta. Ufficialmente, secondo i medici dell’ospedale, per “marasma senile”. Ma i familiari hanno sempre voluto vederci chiaro. Per questo nel 2014 hanno avviato, rappresentati dall’avvocato Alessandro Di Martino, una causa civile. «Non abbiamo fatto denuncia penale per non incolpare alcun medico in particolare, ma era giusto che i parenti conoscessero il motivo della morte della donna», spiega il legale. E questa, secondo la relazione del medico legale nominato quale Ctu, è da ricercarsi in una duplice causa: le complicanze insorte a seguito di un’infezione ospedaliera e la «lacerazione iatrogena del sesto segmento epatico, conseguente all’intervento chirurgico del 22 ottobre 2012, il cui trattamento non è stato tempestivamente posto in essere». Due settimane dopo l’operazione all’anca, infatti, la paziente fu sottoposta a intervento di colecistectomia, seguito da continue trasfusioni. La Asl, contestando la propria responsabilità, ha motivato il decesso con «le pregresse condizioni decadenti della paziente». Tesi non accolta dal giudice che ha, invece, riconosciuto «la responsabilità dei sanitari e della struttura ospedaliera senza alcuna incidenza delle pregresse patologie da cui la donna era affetta». La Asl non ha appellato la sentenza. Il risarcimento è stato riconosciuto non solo agli eredi diretti ma anche a nuore e nipoti. «È stato provato il legame affettivo tra la defunta agli altri componenti della famiglia», sottolinea l’avvocato Di Martino. (cr.la.)
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