Cipressi ai giudici: voglio tornare a casa

In carcere per aver assassinato Fausto Di Marco, fa ricorso al Tribunale del riesame per ottenere gli arresti domiciliari
CHIETI. Arresti domiciliari con il braccialetto al polso per controllare i suoi spostamenti e farlo desistere dall’istinto di fuga. Emanuele Cipressi chiede al Tribunale del riesame dell’Aquila di trascorrere nella sua abitazione di Chieti Scalo i mesi che lo separano dal processo per l’omicidio di Fausto Di Marco, ucciso con un fendente sferratogli con il collo di una bottiglia rotta che gli ha reciso l’arteria succlavia.
Vuole lasciare il carcere di Madonna del Freddo, Cipressi, e tornare i quell’abitazione dove la Squadra mobile lo ha arrestato alle 18 di domenica 9 ottobre, dodici ore dopo l’omicidio di via Pescara. Il ricorso ai giudici della libertà è stato formalizzato dal nuovo difensore del 24enne teatino, l’avvocato Marco Femminella, che ha sostituito il collega Roberto Di Loreto. Sul contenuto dell’istanza si può dire che Femminella ritiene sufficienti gli arresti domiciliari per garantire le esigenze cautelari sia per quanto riguarda il pericolo di fuga, visto che Cipressi non lo ha fatto nelle ore successive all’omicidio del musicista 39enne di Chieti, sia per la possibilità che il giovane indagato ricommetta reati dello stesso tipo. In questo secondo caso il difensore sarebbe anche entrato nel merito delle indagini, soprattutto delle tre testimonianze chiave, di due donne e un uomo che, quella notte, erano con l’indagato e la vittima davanti al pub di via Pescara. Non vi è dubbio, infatti, che le tre deposizioni appaiono tra di loro in contraddizione visto che la prima super teste, E.P., che sostiene di essere stata infastidita da Di Marco, in un primo momento ha parlato di colluttazione tra i due ma poi, nella seconda deposizione, ha dichiarato che è stata un’aggressione dell’indagato contro la vittima che erano «a gambe quasi piegate». Ma più contraddittoria è la versione dell’uomo che dice di aver visto tutto e racconta di aver assistito al momento in cui Cipressi ha spaccato la bottiglia di birra sul tavolino posto all’esterno del kebab. Ma la polizia ha scoperto schegge di vetro conficcate sul muro accanto all’ingresso del locale. Mentre il tavolino è intatto. Può solo significare che nessuno, in realtà, ha visto Cipressi sferrare il colpo mortale. Non è una considerazione di poco conto perché, dato per certo che si tratta di un delitto d’impeto, e non premeditato cioè da ergastolo, la difesa può cercare di dimostrare che il 24enne non avesse la volontà di uccidere. E’ la tesi del delitto preterintenzionale di chi ha attaccato per primo come se volesse difendersi dall’altro che, dicono i testi, gli aveva lanciato un bicchiere di plastica con la birra. Sarà il processo a dirlo.

