Cocaina e armi, chiesti 273 anni di carcere

Il pm sollecita la condanna di 28 imputati: «Era un’associazione che trafficava fiumi di droga, ma non un clan mafioso»
CHIETI. Per almeno tre anni, fra Chieti, Pescara e Francavilla al Mare, ha agito una pericolosa associazione armata che trafficava fiumi di cocaina, faceva usura ed estorsioni, incendiava bar e auto per minacciare le vittime. Ne è convinta la procura distrettuale dell’Aquila che, con il pubblico ministero Simonetta Ciccarelli, ha chiesto condanne per un totale di 273 anni e 9 mesi di carcere nei confronti di 28 imputati, escludendo però che questi abbiano dato vita a un clan mafioso. Per tre persone, invece, è stata sollecitata l’assoluzione. La prossima udienza, davanti al collegio del tribunale di Chieti presieduto da Guido Campli (giudici a latere Enrico Colagreco e Andrea Di Berardino), è in programma il 25 settembre: la parola andrà alle difese, poi ci saranno eventuali repliche e la sentenza.
La pena più severa, ovvero 16 anni e 11 mesi di reclusione, è quella chiesta per Simone Cuppari, 42 anni, di origini calabresi e residente a Francavilla, attualmente in libertà, ritenuto l’organizzatore e promotore del gruppo criminale sgominato nel febbraio 2017 dai carabinieri del nucleo investigativo di Chieti. Per calcolare la pena di Cuppari, il pm è partito dalla pena base di 24 anni, prima ridotta della metà per l’attenuante della collaborazione e poi aumentata per la continuazione.
Nel febbraio 2020, il capo della banda ha parlato davanti ai giudici, svelando gli affari della cocaina e ammettendo di aver rifornito le storiche famiglie rom dello spaccio di Pescara; al tempo stesso, ha provato a tenere fuori i parenti e a ridimensionare la sua caratura criminale. «Il mio fornitore di cocaina», ha ammesso Cuppari, «che pagavo tra i 38 e i 39.000 euro al chilo, era Giuseppe Varacalli», considerato dagli inquirenti il principale esponente di un gruppo di affiliati alla ’ndrangheta stanziati in Lombardia e riconducibili – per vincoli di sangue o parentela acquisita – alle famiglie della “Locale di Platì”. «Ne compravo uno o due chili alla volta: i viaggi erano o per il rifornimento di droga o per consegnare i soldi a Varacalli. La cocaina la tenevo in due garage di Francavilla: uno vicino casa mia e l’altro in contrada Lazzaretto».
Per l’accusa, Antonio e Costantino Mesiano, Pasquale Mileto, Maurizio Spataro, Giuseppe Lopresti, Enea Nelo e Tonino Ballone hanno collaborato con Cuppari sia «nell’organizzazione del trasporto della sostanza che nella sua re-immissione sul territorio, dopo aver dato in uso autovetture, trovato riparo per la notte ai corrieri, sostenuto Cuppari nelle scelte di acquisto e redistribuzione su piazza». Francesco Paolini è accusato di aver accompagnato più volte Cuppari in Calabria, mentre Paolo Arena ha coadiuvato il capo a concretizzare «le attività dell’associazione in Abruzzo». Felice Arrigoni e Angelo Traina hanno trasportato ingenti quantità di cocaina da Casorate Primo (Pavia) a Francavilla e dintorni. Litterio Greco e Durdica Margeta si sono intestati numerose autovetture che servivano per nascondere la droga. Guido e Lino Spinelli, Giuseppe Maria Cricelli, Paolo Manzi e Massimiliano Toti sono considerati «acquirenti abituali di cocaina e contestuale canale di smercio nell’area pescarese e teatina, per conto dell’associazione».
Nel corso delle indagini sono state sequestrate una pistola semiautomatica marca Beretta e una pistola Glock semiautomatica austriaca in polimeri, leggera come una bottiglietta d’acqua minerale ma capace di sparare 13 proiettili calibro nove per 19.
Gli imputati sono difesi, tra gli altri, dagli avvocati Gianluca Carlone, Manuel Sciolè, Giuliana De Nicola, Alessandro Perrucci, Goffredo Tatozzi, Giuliano e Ugo Milia, Alfredo Forcillo, Melania Navelli, Massimo Solari, Giordano Evangelista, Fabio Abbruzzese, Giovanni Nunnari, Vincenzo Di Girolamo e Pasquale Provenzano.
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