Conti svuotati alle anziane I giudici: imputate colpevoli Ma la prescrizione le salva

10 Ottobre 2023

Due dipendenti della casa di riposo di piazza Garibaldi erano state condannate La Corte d’Appello: «I reati compiuti tra il 2008 e il 2014 sono ormai estinti» 

CHIETI. Svuotarono i libretti postali di cinque anziane ospiti della casa di riposo di piazza Garibaldi, facendo sparire oltre 120mila euro, ma l’incedere del tempo ha cancellato tutto. In due gradi di giudizio sono state ritenute colpevoli di uno dei reati più odiosi, la circonvenzione di persone incapaci, eppure non sconteranno un solo giorno di detenzione. È la prescrizione a salvare Patrizia Cavalli, 71 anni, e Marta Mantini, 64 anni, all’epoca dei fatti rispettivamente coordinatrice dell’area educativa degli Istituti riuniti San Giovanni Battista e coordinatrice infermieristica nella stessa struttura.
LE SENTENZE
Il 4 marzo 2019 il giudice del tribunale di Chieti Andrea Di Berardino le aveva condannate a cinque anni di reclusione ciascuna. Ma sono serviti più di quattro anni per arrivare alla decisione della Corte d’appello dell’Aquila, che ha dichiarato il «non doversi procedere per intervenuta prescrizione» dei reati compiuti tra il 23 ottobre 2008 e il 1° settembre 2014. Stando all’ultima sentenza, le imputate dovranno comunque risarcire i danni alle parti civili. Entrambe continuano a professarsi innocenti e, assistite dagli avvocati Placido Pelliccia e Fiorenzo Cieri, presenteranno ricorso in Cassazione.
«REATI PROVATI»
Scrive la Corte d’appello dell’Aquila (presidente Aldo Manfredi, consigliere Giuseppe Romano Gargarella, consigliere relatore Raffaella Gammarota): «Il primo giudice ha ritenuto provati senz’ombra di dubbio i cinque delitti di circonvenzione di incapaci, realizzati attraverso il prelievo, continuo negli anni, di somme di denaro dai libretti postali di proprietà di altrettanti ospiti della struttura, sulla scorta di tutte le acquisizioni probatorie, documentali e testimoniali effettuate in sede dibattimentale». In altre parole: il tribunale di Chieti ha ritenuto che «tutti gli elementi acquisiti potessero ritenersi sufficienti a costituire la prova certa della sussistenza dei reati, sia in relazione all’accertato stato di deficienza psichica e sofferenza psicologica delle vittime, sia in relazione alle risultanze dibattimentali acquisite, orali e scritte, evidenzianti un quadro univoco, conferme a quanto accertato dagli inquirenti».
LA TESI DIFENSIVA
La difesa delle imputate, invece, sostiene «la mancanza di prove certe, sussistendo solo elementi indiziari assolutamente insufficienti a pervenire a un giudizio di responsabilità. Tutto ciò alla luce degli accertamenti contabili effettuati sui conti e sui patrimoni delle imputate che, a eccezione dell’acquisto di un’auto Mercedes da parte della Mantini, di per sé neutro e irrilevante, non hanno rilevato nulla di anomalo, evidenziandosi, anzi, un tenore di vita immutato nei periodi in questione».
LE MOTIVAZIONI
I giudici aquilani ritengono che sia emersa «in maniera indubitabile la penale responsabilità delle imputate, compiutamente argomentata dal giudice di primo grado, a nulla rilevando le doglianze evidenziate in appello che, stante l’assoluta mancanza di alcun valido motivo per dubitare dell’attendibilità dei testimoni, non intaccano la coerenza e la linearità dell’impianto probatorio, correttamente valorizzato nella sentenza impugnata». Più nel dettaglio: «L’istruttoria dibattimentale, sostanzialmente riconducibile alle deposizioni assunte, ha permesso di accertare le condotte distrattive contestate e le modalità con cui le imputate, assunta la disponibilità dei libretti postali intestati alle parti offese prelevandoli direttamente dove erano depositati, accompagnavano le pazienti all’ufficio postale». Il processo ha dimostrato inoltre come «non fosse solo la capacità cognitiva delle anziane a essere diminuita nel periodo in questione, ma anche e soprattutto quella volitiva, trattandosi di pazienti particolarmente influenzabili e suggestionabili, con una soglia di resistenza assai ridotta e facilmente orientabile. In tal senso», conclude la Corte d’appello, «depongono univocamente le cartelle cliniche relative alle parti offese, oltre che la testimonianza della consulente psichiatrica dell’istituto Ilaria Blaga». Ma tutti i reati sono estinti per prescrizione.
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