E nella banda spunta la faida per i soldi

17 Dicembre 2018

Due procacciatori intascano le somme pagate dai clienti-imprenditori, la rabbia dei consulenti napoletani

CHIETI. C’erano faide interne alla banda del fisco. Due procacciatori di affari della cellula teatino-pescarese, ovvero Lorenzo D’Arcangelo e Matteo Veneziani, sono arrivati allo scontro con i consulenti napoletani al vertice dell’associazione a delinquere. Il motivo? I «referenti» abruzzesi facevano la cresta sui pagamenti dei clienti che si erano rivolti alla gang per annullare in modo illecito i loro ingenti debiti verso l’Agenzia delle entrate. Emblematico è il caso di Lorenzo D’Arcangelo, 53 anni, di Casalincontrada, «che aderisce all’associazione con il ruolo di procacciatore e conquista rapidamente la fiducia dei gestori napoletani, Renato De Luca e Michelangelo Maffei, probabilmente per l’ampio giro che riesce a procurare loro», scrive il giudice Luca De Ninis. «Altrettanto rapidamente, però, D’Arcangelo tradisce il pactum sceleris e tenta di sostituirsi ai due professionisti campani, o più semplicemente simula di farlo con i clienti dai quali ha già incamerato il denaro, giungendo in poco tempo a maturare un debito per compensi non versati che Maffei stima in ben 400mila euro». Il consulente napoletano va su tutte le furie, chiedendo persino «l’intervento di uno zingaro di origini campane, ma domiciliato a Giulianova, per risolvere la questione, con offerta di un compenso di 50mila euro in caso di recupero del credito».
Anche Matteo Veneziani, teatino di 35 anni, «è un procacciatore: forse per la giovane età, si dimostra in grado di comprendere meglio di Maurizio Di Biase le tecniche di frode utilizzate dai campani, con i quali si interfaccia direttamente». Nel corso delle intercettazioni, a fine 2017, emerge però che Veneziani «viola gli accordi sulla consegna del compenso dei clienti ai gestori napoletani, trattenendo per sé circa 13mila euro». In questo modo, spiega il gip, il 35enne «perde sia la fiducia dei clienti, che non ottengono il “servizio” concordato, sia degli altri sodali». Una volta scoperto, Veneziani prova a rimediare impegnandosi a restituire quei 13mila euro «attraverso l’accensione di un finanziamento personale», ma viene comunque «messo ai margini» dall’associazione.