E un 49enne finisce sotto accusa per le botte

Rapina, picchia e minaccia di morte l’amante: un ortonese patteggia un anno e 8 mesi di reclusione
CHIETI. Ha attirato l’amante in un luogo appartato. E lì, lontano da tutti, l’ha rapinata del cellulare, picchiata e minacciata di morte. M.F., 49 anni di Ortona, ha patteggiato un anno e otto mesi di reclusione (pena sospesa) davanti al giudice del tribunale di Chieti Andrea Di Berardino. La vittima è assistita dall’avvocato Michele Pezone.
L’episodio risale al 26 maggio di quest’anno. Ed ecco come sono andati i fatti, stando alla denuncia presentata dalla donna, un racconto ritenuto attendibile dal sostituto procuratore Giuseppe Falasca e dal giudice. M.F. è sposato, la vittima è separata e tra loro nasce una relazione. Quando però lei viene a sapere che l’amante intrattiene anche altre storie amorose, decide di interrompere qualsiasi tipo di rapporto. A distanza di un paio di giorni, mentre la donna sta andando a casa di una parente, incontra casualmente il 49enne. Lui le chiede di parlare, ma lei declina l’invito e, per evitare ulteriori problematiche, si allontana in macchina. Ma l’imputato non accetta il rifiuto: inizia a seguirla, cercando di contattarla telefonicamente, finché la donna acconsente a parlargli nella zona Saraceni di Ortona. Dopo aver parcheggiato, almeno all’inizio, M.F. si mostra tranquillo e pacato. Così la donna si convince a chiudere la portiera dell’auto e a spegnere i fari, lasciati accesi per precauzione. A distanza di pochi minuti, però, l’uomo cambia atteggiamento: prima la insulta, poi passa alle vie di fatto, colpendola più volte in volto, sferrandole calci e pugni, afferrandola per i capelli e per il collo, facendole sbattere la testa contro un muretto. Nel frattempo, approfittando dello sbigottimento della donna, toglie le chiavi dal quadro dell’auto, con l’intento di bloccarle la fuga, e le rapina il cellulare, in modo tale da impedirle di chiamare aiuto. «Grida quanto ti pare», la terrorizza, «tanto qui è la tua fine, non ti sente nessuno, ti crepo». Nel corso della colluttazione la vittima, approfittando di un momento di disattenzione dell’uomo, intento ad accendersi una sigaretta, entra in auto. Sono attimi concitati: la donna si chiude all’interno e riesce a ripartire e allontanarsi utilizzando una seconda chiave della macchina che, fortunatamente, porta in borsa. L’aggredita è sotto choc: va a casa di un’amica e, insieme, raggiungono il pronto soccorso, dove i medici certificano le lesioni. Il passo successivo è la denuncia ai carabinieri. A distanza di pochi giorni dal fatto, M.F. finisce agli arresti domiciliari. L’indagato, secondo il giudice, ha infatti una personalità «contrassegnata da un’indole aggressiva e incline a spinte impulsive violente che potrebbero nuovamente scatenarsi in caso di nuovi incontri con la parte offesa». Dopo l’interrogatorio, il giudice decide di adottare una misura cautelare più blanda, ovvero il divieto di avvicinamento. Il resto è storia recente: la richiesta di giudizio immediato presentata dal pm, l’istanza di patteggiamento avanzata dalla difesa, la sentenza.

