Ecco il tesoro dell’arte Opere per 16 milioni

13 Ottobre 2019

In mostra i capolavori dell’ex Carichieti ereditati da Ubi Banca

CHIETI. Un capitale d’arte che vale milioni e milioni di euro custodito nel ventre di Chieti Scalo: è il tesoro dell’ex Carichieti ereditato dalla Ubi Banca. Una fortuna che, secondo le stime, sfiora i 16 milioni. Con oltre mille dipinti e sculture, la sede storica della Colonnetta è una galleria d’arte circondata di uffici. Un ponte tra economia e cultura che attraversa la storia contemporanea. Come ricordano quei ritratti commissionati dai grandi del passato, Hitler, Mussolini e Stalin, che dai muri degli uffici dell’ottavo piano raccontano sogno e incubo dei totalitarismi. E pensare che altrettanti pezzi sono ancora chiusi nei caveau: giacciono accanto ai lingotti d’oro perché non c’è più spazio per esporre quei dipinti e quelle statue. Chieti, città della cultura e della storia, scopre di possedere un altro museo che ignorava. Ieri e oggi, in occasione delle Giornate d’autunno del Fai, si aprono le porte della banca, prima morta e poi risorta: sono in mostra i capolavori di Francesco Paolo Michetti, Costantino Barbella, Federico Spoltore, Filippo Palizzi e Luigi Gioli. Ed è l’unica occasione per ammirare le opere che arricchiscono i corridoi del centro direzionale. Nella veste di ciceroni, ci sono gli alunni della scuola media Mezzanotte, gli studenti liceo scientifico Masci con le docenti Rosanna Gialloreto e Federica Odorisio, e i volontari del Fai, guidati dal capo delegazione Roberto Di Monte, dal vice Stefano Marchionno e dall’appassionata Cinzia Di Vincenzo.
Il pezzo più pregiato – ieri osservato anche dal prefetto Giacomo Barbato – è “La Figlia di Iorio (Al Tramonto)”, un olio su tela reintelata di 5 metri e mezzo per 2,40: un capolavoro risalente al 1895, lasciato nello studio del pittore perché la scelta dei colori non gli piaceva fino in fondo e poi ripescato e restaurato nel 1928 dall’amico Paolo Ingegnoli. Della Figlia di Iorio esistono tre varianti: la più celebre, nella versione di giorno, con i colori che accecano e il profilo della Maiella, è in mostra nel palazzo della Provincia di Pescara; le altre due, un ancestrale bozzetto a carboncino e pastello su cartone e il dipinto che raffigura la giovane che, stavolta al crepuscolo, fugge dallo sguardo di pastori e contadini, si trovano alla Colonnetta. E da oggi una sala all’ingresso della banca diventa un’esposizione permanente con il bozzetto-studio di Michetti e i dipinti di Tommaso Cascella alle pareti mentre, al centro della stanza, dominano le sculture di Barbella: clienti della banca e cittadini possono visitare questo spazio negli orari di apertura. Il resto della collezione, dopo la prima di ieri, resta un privilegio di pochi: è visibile solo oggi (dalle 9.30 alle 13 e dalle 15 alle 18.30, ultima visita ore 12 e ore 17.30).
La collezione ex Carichieti comprende soprattutto dipinti dell’Ottocento e primo Novecento: un numero significativo di opere faceva parte della raccolta dell’avvocato Ercole Castiglione, acquisita dalla Cassa di Risparmio della Provincia di Chieti nel decennio 1970-’80 quando, in un momento di raccolta eccezionale, la banca puntava sulla promozione e valorizzazione della cultura e dell’arte. Un incrocio di date è interessante e svela i motivi alla base delle scelte artistiche: la banca teatina fu fondata nel 1862, con decreto del re Vittorio Emanuele II, come Cassa di Risparmio Marrucina, con la volontà di dare «sostegno alle classi meno agiate al fine di migliorare le condizioni economiche e morali, specialmente delle classi laboriose». Proprio questa volontà dichiarata spiega anche le scelte collezionistiche che prediligevano l’arte verista di ispirazione sociale: il Cenacolo di Michetti, da Francavilla, scopre una base a Chieti Scalo.
L’ottavo piano del palazzo è la casa di Spoltore, artista di Lanciano di origine guardiese: la Ubi conserva 190 opere di Spoltore, bambino prodigio dell’arte italiana che all’età di 8 anni era in grado di eseguire un meraviglioso ritratto dell’omonimo zio Federico. Un viaggio da quel piccolo capolavoro fino ai ritratti voluti da Hitler, Mussolini e Stalin – la leggenda dice che Hitler in persona abbia disegnato lo sguardo del proprio volto – all’esplosione di colori degli anni Sessanta e alla realizzazione dei dipinti della Chiesa del Gesù di Palermo.