Ex Carichieti liquidata «Il piano è legittimo»

Bocciati i ricorsi di una società finanziaria e di 29 risparmiatori Il Consiglio di Stato: «Troppi debiti, dichiarare il dissesto è una scelta lecita»
CHIETI. Il piano per amministrare la crisi della ex Carichieti e mettere in liquidazione coatta amministrativa la banca teatina travolta dai debiti è lecito, ragionevole e costituzionale. A dirlo è una sentenza del Consiglio di Stato che boccia i ricorsi di una società finanziaria e di 29 risparmiatori titolari di obbligazioni azzerate. Sono stati i numeri negativi – sofferenze per quasi 500 milioni di euro e perdita di 101 milioni al 30 aprile 2015 – a decretare la fine della vecchia Carichieti: «La situazione della cassa», così dice la sentenza, «presentava profili di criticità immediatamente percepibili, tali quindi da non richiedere lunga indagine». Per il Consiglio di Stato, il percorso seguito da ministero dell’Economia e Banca d’Italia è «legittimo» mentre il ricorso è «infondato»: non c’è «alcuna illogicità» nei provvedimenti contestati.
SCONTRO SUGLI ATTI. I ricorrenti hanno impugnato gli atti decisivi del 2015, quando la banca è implosa sotto il peso di incagli e sofferenze. Finanziaria e risparmiatori beffati, denunciando un’«istruttoria inesatta e incompleta», hanno contestato una presunta «mancanza dei presupposti per decretare la risoluzione» della ex Carichieti: per i ricorrenti, che si erano visti azzerare i propri titoli, non ci sarebbero state le condizioni per liquidare la banca. Ecco gli atti contestati: l’avvio della procedura di risoluzione; la svalutazione di azioni e obbligazioni; la nomina dei componenti degli organi dell’istituto quale ente in risoluzione; l’atto decisivo della Banca d’Italia che aveva disposto la cessione di diritti, attività e debiti dell’ente in risoluzione a favore della Nuova Cassa di risparmio della provincia di Chieti; infine, la sottoposizione della Carichieti a liquidazione coatta amministrativa.
LAVORI MAI PAGATI. Secondo i ricorrenti, «vi sarebbero state valide alternative alla risoluzione, rappresentate anzitutto da un possibile intervento della fondazione azionista di maggioranza» e di altre banche interessate. Ma il Consiglio di Stato salva le decisioni del ministero dell’Economia e della Banca d'Italia ed esclude così un intervento diretto della fondazione: «Gli stessi commissari», recita la sentenza, «precisavano che particolarmente critico si presentava un affidamento per 4 milioni di euro alla fondazione azionista di maggioranza che lo aveva usato per ristrutturare la propria sede e non aveva i mezzi finanziari per restituirlo». Sull’acquisizione da parte di altri gruppi bancari, poi, i giudici amministrativi dicono: «Quanto alla possibilità di risolvere altrimenti la crisi, della presunta disponibilità di soggetti esterni ad apportare il capitale necessario non è stata data prova alcuna, tenendo conto che non sarebbe certo bastato un generico interessamento».
TROPPI DEBITI. Il Consiglio di Stato dice che i conti fuori controllo hanno orientato le scelte culminate con la dichiarazione di insolvenza e la liquidazione coatta amministrativa: «I commissari della procedura hanno evidenziato al 31 marzo 2015 perdite di esercizio per 92,23 milioni, salite al 30 aprile 2015 a 101,14 milioni; sempre al 30 aprile 2015 hanno evidenziato sofferenze per 482,81 milioni su 2.189 milioni di impieghi, concentrati oltretutto su poche posizioni rilevanti; tutto ciò corrispondeva a un 35% di crediti deteriorati». A fronte di questa situazione, i giudici dicono che non ci sarebbe stata altra via d’uscita: «Si era in presenza di una situazione critica, tale da rendere del tutto logica e plausibile la valutazione di sussistenza di un dissesto».
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