Ex conceria, i veleni scorrono nella falda

Scoperte sostanze tossiche cancerogene nelle ditte vicine, il Comune chiede alla Regione di bonificare l’area privata
CHIETI. L’ex conceria Cap di via Penne continua ad avvelenare i siti confinanti di Chieti Scalo. I terreni vicini sono contaminati da «alifatici clorurati cancerogeni»: si tratta di sostanze tossiche come il clorometano, il cloruro di vinile, il dicloroetano, il dicloroetilene, il tricloroetilene e il tetracloroetilene. E adesso il Comune si appella alla Regione Abruzzo per fermare l’inquinamento: non c’è più tempo da perdere, recita un documento dell’amministrazione, la Regione deve intervenire al posto del proprietario dell’ex Cap, la società fallita Revi srl di Roma, e bonificare l’area che è ancora al centro di una vendita giudiziaria con offerte a partire da 284mila euro. Ma è un appello che potrebbe rimbalzare nel vuoto: la bonifica dei terreni contaminati dai solventi usati per la lavorazione delle pelli e dei capannoni in eternit ha un costo di milioni di euro che, quasi certamente, la Regione non si accollerà. Ma l’«invito» del Comune è chiaro: la Regione deve «adoperarsi per l’avvio dell’intervento sostitutivo previsto per il sito ex Cap, già individuato come sito prioritario per il quale va attuata la bonifica in attuazione dell’accordo di programma per le aree Sir».
«Valori anomali». L’inquinamento proveniente dall’ex Cap è stato al centro di una conferenza dei servizi, il 13 marzo scorso, perché la ditta Mantini, che nel 2007 ha acquistato l’ex calzaturificio Da Fran proprio accanto al mostro che cade a pezzi, ha scoperto in quell’area «valori anomali dei contaminanti attribuibili a sorgenti esterne al sito». Per adesso, la ex Da Fran è usata dalla Mantini come deposito automezzi. Così, secondo la geologa Alessandra Marroncelli, incaricata dalla Mantini, la contaminazione del sito «non è ascrivibile alle attività attuali e pregresse svolte nel sito in esame nel quale è stato già attivato un impianto di P&T come misura di messa in sicurezza». Si tratta di un impianto (Pump and Treath) che “lava” l’acqua di falda prima reimmetterla in circolo. «La contaminazione riscontrata», dice la relazione della conferenza dei servizi, «si ritiene provenire dall’esterno e andrebbero indagate le zone attigue ove si svolgono o sono state svolte attività industriali e artigianali».
Indagine Arta. Anche secondo l’Arta, intervenuta alla riunione con la dirigente Lucina Lucchetti, «i dati individuano concentrazioni anomale rispetto alle precedenti campagne di monitoraggio e il trend di contaminazione mostra un picco a valle idrogeologico del sito. La contaminazione richiede approfondimento con indagini nelle aziende che svolgono o hanno svolto attività che prevedono nel ciclo produttivo l'utilizzo di solventi». E secondo gli esperti l’area sotto accusa è proprio quella dell’ex Cap «già individuata come sorgente di contaminazione».
Tre punti fermi. La conferenza dei servizi, presieduta dal funzionario comunale Mario Salsano e con i residenti del comitato Insieme per via Penne sempre presenti, si è chiusa con tre punti fermi. Il primo è che «la ditta Mantini dovrà presentare nel termine di 6 mesi il progetto di bonifica» e, in attesa del piano di intervento, la stessa Mantini dovrà tenere sotto controllo le acque sotterranee; il secondo è un richiamo alla Provincia che ha l’obbligo di individuare, per i siti dello Scalo, i responsabili dell’inquinamento e questo non è stato ancora fatto; il terzo è l’invito alla Regione a sostituirsi al proprietario dell’ex Cap per eseguire la bonifica.
Assenti. Ma il verbale rivela anche il disinteresse per il Sir dello Scalo: «Sono assenti benché regolarmente convocati il settore Urbanistica del Comune, la Regione, la Provincia, la Asl e il Consorzio industriale Chieti-Pescara».
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