Faist smantellata, un esposto in Procura

Fim-Cisl: «Andiamo in tribunale». E ora si teme per i 50 esuberi alla San Marco di Atessa, azienda dello stesso gruppo
LANCIANO. Per Fim-Cisl non è ancora chiusa la partita con la Faist Sangro. In seguito al trasferimento coatto dei macchinari dallo stabilimento di località Cerratina a quello di Montone, in Umbria, prima ancora di spedire le lettere di licenziamento e a sole 48 ore dall’avvio della procedura di licenziamento collettivo, il sindacato intende ingaggiare una battaglia legale per condotta antisindacale, valutando anche un esposto in Procura. E mentre si piange per la sorte di 17 dipendenti della Faist, ora si teme anche per la San Marco di Atessa, appartenente alla stessa holding, dove sono già stati annunciati una cinquantina di esuberi.
IL RICORSO. «Lunedì (domani per chi legge, ndc)», annuncia Domenico Bologna, segretario Fim-Cisl Abruzzo e Molise, «darò mandato al nostro legale di procedere. E non solo per condotta antisindacale visto che per noi la procedura avviata dalla Faist è nulla». Per legge un’azienda prima di smantellare lo stabilimento deve attendere 75 giorni dopo l’avvio della procedura di licenziamento collettivo per valutare con le parti sociali possibili alternative alla chiusura. In quel lasso di tempo ci sono anche 45 giorni per portare il caso a conoscenza delle istituzioni, in modo che Provincia, Regione e governo possano aiutare a gestire i licenziamenti. «Tutto questo non è stato fatto», rimarca Bologna, «in una incredibile e paradossale ascesa di comportamenti illegittimi e totalmente fuori controllo. Questo è per noi un caso-limite, il primo che si vive sulla pelle degli abruzzesi».
LA POLEMICA. E a suscitare sconcerto in questa vertenza è anche il mancato incontro in prefettura chiesto da sindacati e lavoratori. «Di fronte ad un rischio, che poi è diventato realtà», commenta il parlamentare di Italia Viva, Camillo D’Alessandro, «dell’abbandono forzoso dello stabilimento, la chiusura della prefettura di Chieti, rispetto al grido dei lavoratori, è incomprensibile. Porto il caso in Parlamento con plurime interrogazioni, che riguarderanno i ministeri del Lavoro e dello Sviluppo economico, ma sopratutto chiederò conto al ministero dell’Interno. Io stesso ho chiamato il prefetto che era fuori sede, ma la prefettura doveva ricevere i lavoratori e tentare una mediazione possibile». «Siamo tornati ai tempi in cui le forze dell’ordine e lo stato erano schierati in difesa del padrone», rincara Maurizio Acerbo, segretario nazionale Rifondazione comunista-Sinistra Europea, «la polizia è intervenuta in una vertenza sindacale che si era appena aperta pregiudicandone l’esito. Per il 17 era convocato il tavolo azienda-sindacati in prefettura. Consentendo ai Tir di portare via i macchinari, il questore ha delegittimato il corretto confronto sindacale».
LA SAN MARCO. «Il pericolo che la Faist voglia disimpegnarsi con il territorio abruzzese esiste ed è concreto». Così Primiano Biscotti, Fim-Cisl che fa riferimento all’annuncio di una cinquantina di esuberi (su 163 lavoratori) anche alla San Marco di Atessa che produce cassoni per veicoli commerciali del gruppo Fca, soprattutto per i Ducato. La San Marco tre anni fa è stata rilevata dal gruppo veronese Scattolini, che fa parte della holding Faist, 33 stabilimenti e 4mila dipendenti nel mondo. La San Marco è in cassa integrazione a rotazione da due anni e nei mesi scorsi ha annunciato esuberi. «Eppure», rimarca Biscotti, «nel piano industriale che hanno presentato c’era l’impegno del reintegro di tutti i lavoratori. Questi esuberi dimostrano che quel piano non è stato rispettato. Inoltre, sempre da accordi con la Scattolini, il premio di risultato è stato quasi azzerato per ridurre il costo del lavoro, un sacrificio che i lavoratori hanno fatto in cambio di un’occupazione stabile. Con il precedente della Faist si rischia che il lavoro venga tolto anche alla San Marco».
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