Falsifica il testamento per l’eredità da un milione

28 Giugno 2015

Condannata anche in appello una donna, figlia di un noto commerciante I fratelli esclusi si insospettiscono della firma e chiedono una perizia calligrafica

CUPELLO. Tutta colpa di una data. L'erede di un patrimonio stimato in un milione di euro, è stata condannata dalla Corte d'Appello a 5 mesi e e 15 giorni di reclusione per falso e danni patrimoniali procurati ai congiunti. La Corte aquilana ha confermato la sentenza di primo grado emessa nel 2012 dal giudice Antonio Lauriola. La singolare vicenda è iniziata nel 2007 quando M.B., 54 anni viene denunciata per un presunto falso testamento. Stando al racconto dei denuncianti rappresentanti dall'avvocato Pracilio, la donna alla morte del padre avrebbe alterato la volontà del defunto dichiarandosi erede insieme ad una sorella e diseredando altri due fratelli dal patrimonio immobiliare di famiglia: un'attività commerciale e la casa. A mettere nei guai la donna è stata la data apposta sotto il documento. Una data anteriore di 15 mesi rispetto all'incontro avuto dal padre, A.B, stimato commerciante del paese con il notaio di famiglia. L'anziano aveva deciso di fare testamento perché le sue condizioni di salute si erano aggravate. Quando però il notaio aveva preparato l'atto A.B. si era rifiutato di firmare chiedendo di consultare prima i figli. La consultazione non c'è stata perché l'uomo è morto prima. Pochi giorni dopo la sua morte però è spuntato fuori inaspettatamente un testamento datato 31 maggio 2006, ossia 15 mesi prima della dipartita di A.B.. Nel testamento l'uomo lasciava tutto solo a due figlie, escludendo altri due eredi. La data, la terminologia e la calligrafia hanno insospettito i familiari di M.B. I diseredati hanno deciso di interpellare un perito calligrafico e il responso di quest'ultimo non ha lasciato dubbi. La firma apposta in calce al testamento olografo non apparteneva al defunto. Gli esclusi dall'eredità hanno deciso di denunciare M.B.alla procura della repubblica di Vasto. Il procuratore capo dell'epoca, Fracesco Prete al termine delle indagini ha deciso il rinvio a giudizio. Nel 2012 M.B. è comparsa davanti al giudice Antonio Lauriola ed è stata condannata a 5 mesi e 15 giorni di reclusione. La donna ha presentato appello contro la sentenza. Qualche giorno fa anche i giudici della Corte d'Appello hanno ritenuto valide le accuse nei suoi confronti e hanno confermato la sentenza. La vicenda a questo punto dovrebbe essere conclusa.

Paola Calvano

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