Femminicidio dell’Iconicella, sfilano i testi

15 Giugno 2024

In aula i carabinieri arrivati per primi dove due anni fa è stata trovata impiccata Annamaria D’Eliseo

LANCIANO. L’assenza di un gancio o di altri elementi utili a mettere in atto il gesto inconsulto e la presenza sul soffitto di una fitta ragnatela intatta. Sono gli elementi d’accusa ricostruiti dai carabinieri di Lanciano nel corso dell’udienza in Corte d’assise, dove ieri è iniziata la fase istruttoria del processo per la morte di Annamaria D’Eliseo, 60 anni, avvenuta il 15 luglio 2022 nella rimessa-garage dell’abitazione in via Iconicella. Sul banco degli imputati c’è il marito, Aldo Rodolfo Di Nunzio, 71 anni, accusato di omicidio volontario aggravato dal rapporto di coniugio. Per l’accusa, l’ex vigile del fuoco ha strangolato la donna e ne ha inscenato il suicidio. Presenti in aula l’imputato arrivato dal carcere di Teramo e difeso dagli avvocati Alberto Paone e Nicola De Fuoco (nuovo legale in sostituzione di Silva De Santis), e tre dei cinque figli della coppia, Josephine, Loana e Alnadona, costituitise parte civile patrocinati dall’avvocato Elisabetta Merlino. Parte civile anche l’associazione Dafne Ets, patrocinata dall’avvocato Pina Benedetti.
Nell’udienza sono stati sentiti i primi quattro testi del procuratore capo Mirvana Di Serio, ovvero il carabiniere che ha risposto alla chiamata di soccorso di Di Nunzio e i militari intervenuti per primi sulla scena del crimine. Tutti hanno riferito alla Corte, presieduta dal giudice Giovanni Nappi (a latere Maria Rosaria Boncompagni), della presenza di una fitta ragnatela nel punto del soffitto dove è stato ritrovato il corpo esanime di Annamaria D’Eliseo e dell’assenza di un gancio dove ancorare il filo elettrico che, secondo il marito, la donna avrebbe usato per togliersi la vita.
«Abbiamo prodotto 18 fotografie dello stato dei luoghi, dove un gancio si vede», ribatte il difensore, l’avvocato Paone, «è l’attacco della lampadina fatto con un doppio filo di ferro ritorto che, secondo noi, può essere idoneo per un caso tragico come questo. È un processo indiziario, bisogna approfondire ulteriori elementi di valutazione». A sostegno della tesi del suicidio, la difesa rimarca anche la conferma, fatta dai militari, dell’assenza di segni di colluttazione nel garage nonché di graffi ed ecchimosi sull’imputato. «Nulla che faccia pensare a una colluttazione fra lui e la moglie», rimarcano gli avvocati. Nell’udienza è emerso inoltre che l’imputato, affetto da bipolarismo maniacale, era in cura al Centro di igiene mentale di Lanciano, mentre la moglie era seguita dal medico di famiglia per una forma di depressione. Nuova udienza il 5 luglio con altri cinque testi, i carabinieri della sezione investigazioni scientifiche di Chieti e i Ris di Roma.
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