Fingevano amputazioni delle dita per ottenere i maxi risarcimenti

27 Luglio 2024

Tra gli indagati il suocero del capo della banda, che ha simulato di aver perso il pollice in uno schianto L’indennizzo è stato in parte trasferito al casinò di Lugano e usato pure per l’acquisto di una Maserati

CHIETI. Fingevano le amputazioni delle dita per frodare le assicurazioni e ottenere i maxi risarcimenti. La banda che si arricchiva con i falsi incidenti stradali e gli “attori” di volta in volta ingaggiati non si facevano alcuno scrupolo. A svelarlo sono le carte dell’inchiesta con 76 indagati condotta dai poliziotti della squadra mobile e dalla guardia di finanza di Chieti, coordinata dal pubblico ministero Giancarlo Ciani e sfociata lunedì scorso in cinque arresti (ai domiciliari), due obblighi di presentazione in questura e divieti di svolgere la professione nei confronti di quattro avvocati, tre medici, un tecnico radiologo e un ausiliario socio sanitario, tutti accusati di associazione per delinquere.
Significativo per comprendere la strategia adottata dalla banda, secondo il giudice Luca De Ninis, è il finto incidente del 28 gennaio 2017 a Ortona, per il quale è indagato il capo della banda, l’avvocato Alfonso Zinni, insieme ad altre sette persone, tra cui la futura moglie Melinda e il futuro suocero Ferenc Gyorgy Borbely. «Dall’esame della pratica assicurativa», scrive il giudice, «emerge la seguente dinamica: alle ore 13.45, a Ortona, Concetta Calisti (un’altra indagata, ndr), Melinda e Ferenc si trovavano in qualità di terzi trasportati a bordo del veicolo condotto da Roberto Giuseppe Nicola Leanza (anche lui finito sott’accusa, ndr). La richiesta di risarcimento è formulata da Zinni. Come descritto dal legale, il conducente del mezzo perdeva il controllo dello stesso finendo fuori strada e collidendo violentemente contro un muro. Nell’occasione i passeggeri avrebbero subito lesioni. Nessuna autorità è intervenuta. Si avrà modo di vedere che tale dinamica di incidente autonomo, con ferite ai trasportati, è stata utilizzata nella gran parte degli incidenti contestati: si tratta infatti di dinamica che non si presta a contestazioni sulla responsabilità, ideale per supportare le frodi in esame».
A seguito dello schianto, il futuro suocero di Zinni avrebbe riportato – come si evince da un certificato medico dell’ospedale di Ortona – l’amputazione subtotale del pollice della mano destra. Ma le indagini hanno svelato che il certificato con quel numero era stato rilasciato nei confronti di un altro paziente, realmente curato in pronto soccorso per una patologia completamente diversa. Gli investigatori hanno scoperto che il certificato in questione – così come quelli relativi agli altri due finti feriti – sono stati «effettivamente sottratti e asportati dall’archivio cartaceo dell’ospedale e sostituiti con quelli falsificati a nome dei sedicenti infortunati: presumibilmente al fine di poterli alterare più comodamente, riportando tutti i dati e codici di interesse, o in alternativa per tentare di occultare la falsificazione in caso di controlli. Tale obiettivo è risultato comunque irraggiungibile, poiché i referti originali sottratti restano conservati nell’archivio elettronico dell’ospedale, con conseguente prova documentale del loro furto e contraffazione». Il finto invalido – per il quale il medico legale compiacente Pierpaolo Iungano ha stimato un danno biologico nella misura del 25% – è riuscito così a ottenere un risarcimento di 60.000 euro. Quei soldi sono stati poi trasferiti in parte al casinò di Lugano e utilizzati per acquistare una Maserati Quattroporte usata.
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