Frane, la causa è l’antico acquedotto ostruito

Le criticità emerse durante l’esplorazione di due esperti: le perdite appesantiscono le falde di argilla
VASTO. Recuperare l’acqua che scorre sottoterra, nell’acquedotto romano delle Luci, per sopperire alla grave crisi idrica e per limitare il dissesto idrogeologico che affligge il costone orientale di Vasto. È questo il risultato di uno studio che Italia Nostra e la cooperativa Parsifal stanno conducendo lungo i due chilometri in cui si articola l’antica conduttura, che parte da Sant’Antonio Abate e arriva fino alla Loggia Amblingh, nei pressi della villa comunale, una delle zone di Vasto a forte rischio frana. Per conoscere lo stato attuale dell’acquedotto, che fino al 1926 ha garantito l’approvvigionamento idrico del centro abitato, ma che con il tempo ha perso la sua funzione originaria, gli archeo-speleologi della cooperativa Parsifal hanno ripreso le esplorazioni sotterranee. Nei giorni scorsi Marco Rapino e Fabio Sasso si sono calati a 13 metri di profondità da uno dei 50 pozzi del percorso dell’acquedotto Ipogeo, un’opera di ingegneria idraulica che ha alle spalle duemila anni di storia. Durante le esplorazioni sono venute fuori alcune criticità preoccupanti: ci sono dei pozzi ostruiti, dove l’acqua passa con difficoltà e, finora, sono stati esplorati solo 400 metri su 2, 3 chilometri di conduttura. «Significa che ci sono delle perdite che si insinuano nel terreno e vanno ad appesantire le falde di argilla, sulle quali si innesta la frana di Vasto», spiega Davide Aquilano, presidente di Italia Nostra, «ecco perché è importante sapere quale è lo stato di questi pozzi e liberare le ostruzioni. Non ha senso spendere milioni di euro per consolidare la costa quando poi non eliminiamo la causa, facendo finta che non esista. Ora sappiamo che il motivo del dissesto idrogeologico è dovuto alla dispersione di acqua che non transita come dovrebbe». Secondo Aquilano, basterebbe captare l’acqua in più punti per risolvere la crisi idrica e per limitare la cedevolezza del costone. «Era stato fatto un progetto nel 1954 per portare l’acqua a Vasto Marina», prosegue il presidente di Italia Nostra, «oggi si potrebbe integrare il fabbisogno idrico: basterebbe creare delle cisterne di accumulo per pulire le strade o per annaffiare gli orti. Un altro utilizzo da non sottovalutare è quello ai fini della promozione turistica: alcuni tratti dell’acquedotto delle Luci sono visitabili tranquillamente, in tutta sicurezza, con determinate attrezzature speleologiche, come si sta facendo anche a San Salvo. Certo mancano le risorse, ma vanno cercate. Oppure bisogna fare delle scelte. Se questa diventa una priorità, qualcos’altro diventerà meno importante. È una scelta politica».
Anna Bontempo

