Giuliani: pronti a ripartire L’Abruzzo ha fame di bici

10 Dicembre 2015

Il ds della Vini Fantini-Nippo da gregario di Moser ai piani con Cunego

MONTESILVANO. Da Giovanni di Borgogna, che nella Francia del ’400 era duca e conte, non ha ereditato i titoli nobiliari ma ne ha ripreso il soprannome, tanto da autodefinirsi “Giovanni senza paura”. «Perché», dice, «sono un tipo ardito e tignoso». Gli amici, però, gli hanno affibbiato anche il nomignolo di Monzon, il campione mondiale dei pesi medi di pugilato che negli anni Settanta sconfisse due volte Nino Benvenuti. Ma lui non era fatto per box, ring e guantoni e con la stirpe dei reali d’Oltralpe non c’azzecca nulla visto che è nato a Castilenti ed è cresciuto ai Colli di Pescara, quando parla non arrota la “r”come i francesi, e Chateau d’Ax era uno sponsor ai tempi delle sue corse e non un castello della contea di Nevers. Piuttosto si “nutre” di gare di biciclette e tattiche sulle due ruote, di squadre, di potenziamento di muscoli e tendini. Stefano Giuliani, 58 anni il prossimo 2 gennaio, per sei anni gregario del campione e capitano Francesco Moser, compagno di squadra anche del belga Roger De Vlaeminck e del pescarese Palmiro Masciarelli, vincitore di due tappe del Giro d’Italia nel 1988-1989 e di una del Giro di Calabria del 1991 e del Trofeo Matteotti-Marcialla dell’82, è il direttore sportivo della Vini Fantini-Nippo, la squadra di ciclisti professionisti che punta a partecipare al Giro d’Italia 2016: da ieri l’equipe è in ritiro all’Hotel Dragonara di San Giovanni Teatino per preparare la stagione agonistica con uno staff di 40 componenti tra atleti, tecnici, fiosioterapisti e meccanici. Poi nuovo raduno il 7 gennaio, presentazione il 9 al Teatro Marrucino di Chieti, prima uscita ufficiale in Argentina, a San Luis, dal 18 al 24, la seconda in Australia. In Italia esordio ufficiale al Gp degli Etruschi di Livorno il 7 febbraio, poi in Liguria il 14. La partecipazione al Giro attende conferma: verso il 10-15 gennaio dovrebbe arrivare la risposta-invito degli organizzatori.

«Da piccolo avevo un sogno: fare il motociclista. Ma i soldi non c’erano e dovetti accontentarmi della bicicletta», ricorda lo scalatore, «poi è stato un crescendo di passione e di risultati. Hinault mi fece i complimenti nel 1° anno da professionista sul Gran Paradiso. Moser mi ha voluto bene, era geloso che dividessi la camera con De Vlaeminck e quando comprai la prima casa, mi anticipò i soldi che poi gli restituii. Ero succube di Masciarelli, un mio mito quando io ero emergente. È stato un grande per la tenacia, mai vista in altri. Era un diesel. Poi tra noi è diventato una specie di derby, una bella competizione, lui passista e io scalatore. Nella tappa Cosenza-Potenza, 275 chilometri, ne feci 150 da solo, con 6’ di vantaggio massimo. A ogni pietra miliare dicevo: “Questo è l’arrivo”, ma era la motivazione giusta per non mollare. Alla fine vinsi con 40 secondi di distacco e Maurizio Fondiestr, campione del mondo, secondo».

E oggi, che cosa succede nel ciclismo? «Non è più quello dei miei tempi quando eravamo amati dal pubblico sulle strade. Tutto è cambiato», sottolinea Giuliani, «e la gente è intollerante. Il doping ha dato una mazzata facendo perdere a questo sport tanta credibilità. Ho sofferto 10 anni per questo ciclismo in decadenza. Per fortuna che abbiamo preso coscienza che questa disciplina la si fa con le proprie forze: bisogna essere trasparenti e credibili. Come Nippo-Vini Fantini abbiamo creato un codice etico con il passaporto biologico agli atleti: vogliamo fare ciclismo pulito con i dati dei nostri ragazzi pubblicati su internet e in continuo aggiornamento. Il messaggio che deve passare per tutti gli atleti è che se abbiamo un problema chiudiamo»

Qual è il ruolo di Giuliani ds? «Quello di creare uno spirito di famiglia nella squadra che alleno. Guardo anche al lato umano e sociale dei ragazzi. Una volta ero impulsivo, ora rifletto: diciamo che sono più saggio. Il ds di oggi è uno psicologo che deve capire che cosa c’è che non va: dalla squadra al pubblico per finire agli sponsor»

E cosa ne è dell'Abruzzo del ciclismo? «La nostra presenza è importante per la grande storia che questo sport ha avuto nella nostra regione. C'è stato un periodo di buio totale (vedi i casi di doping di Di Luca, Rabottini e Taborre, ndc), ora s’intravede qualche luce ma tra mille problemi bisogna ripartire perché tutti dalle nostre parti vanno in bicicletta e ci chiedono di essere presenti sul territorio. Ecco, direi che questo sport nonostante gli scandali non è morto».

Negli ultimi tempi Giuliani si è dedicato a mountain bike e ciclocross. E in via Strasburgo, a Montesilvano, ha creato un’associazione dove 80 bambini si allenano e divertono. Qui l'amico Achille Trave, dell’immobiliare D’Andrea, per far svolgere al meglio l’attività, gli ha messo a disposizione un'area verde di ben 4 ettari. Così nessuno può dire che dopo quella di “Giovanni senza paura”, Giuliani incarni anche la figura di John Lackland, il re d’Inghilterra conosciuto come “Giovanni senza terra”.

©RIPRODUZIONE RISERVATA