Giuliano rivive l’evento del “Miracolo del Giglio”

19 Agosto 2016

Il regista Viani racconta come nasce una delle tradizioni più antiche del Chietino Anche quest’anno 150 fedeli hanno preparato dolci decorati con oltre mille uova

GIULIANO TEATINO. «Ah Sand’Andonije ma, aiuteme!» esclama mia madre ogni volta che avverte un pericolo imminente. «Sand’Andonije ma, ta rengrazije!» quando la paura è passata.

Sant’Antonio, a Giuliano Teatino, non è come tutti gli altri santi che vivono in chiesa, ma una persona cara, un famigliare, un padre, un amico con il quale relazionarsi, confidarsi quotidianamente specie quando si ha bisogno. La devozione che si ha di lui è riferita al miracolo del Giglio: il 13 giugno di ogni anno, nella mano del Santo viene posto il fiore appena sbocciato che dopo qualche giorno appassisce per rifiorire, “inspiegabilmente" tra il 18 e 19 agosto, giorno della festa patronale a lui dedicata.

Questo fatto prodigioso ha generato da subito non poco scetticismo sia nel mondo scientifico che ecclesiale, tranne per i giulianesi che non hanno mai avuto bisogno di prove per avvalorare il miracolo. Una volta si pensò anche di chiudere la statua in una teca di cristallo per verificare l’attendibilità dell’evento. Ma il Giglio, anche in quel caso, non tardò a fiorire di nuovo davanti allo stupore di tutti.

Durante l’ultima guerra il Santo era rimasto solo nella vecchia chiesa minata dai tedeschi e prossima alla distruzione. Sant’Antonio, in piena notte, appare in sogno a Luigi Sebastiani, sfollato come tutti i suoi compaesani a Chieti.

«Vienimi a prendere», gli disse il Santo, «prima che sia troppo tardi». Luigi, con l’aiuto di alcuni compaesani, torna a piedi in paese, preleva Sant’Antonio dalla nicchia e lo deposita dentro un vecchio baule di fortuna. Poco dopo essere usciti all’aperto la chiesa salta in aria riducendosi istantaneamente in un cumulo di macerie. Il Vescovo di allora, constatato con i suoi occhi la forza taumaturgica del Santo, avrebbe voluto trattenerlo a sé, a Chieti. Ma i Giulianesi, infervorati dalla passione devozionale, mossero in massa verso il capoluogo Teatino per riprendersi Sant’Antonio che non ha più abbandonato il paese. Da allora, ogni anno, una famiglia, o per grazia ricevuta, o per devozione, o per richiesta di un miracolo, con l’aiuto dei parenti e vicini, realizza il Carro in onore del Santo. Quest’anno, per la prima volta nella storia, la contrada San Cataldo, ritrovandosi nella casa di Luciano Olivieri, si è assunta l’onere di realizzare Carro e Dolci.

Un lavoro immenso, misto di passione e sacralità. Sono stati utilizzati oltre 2500 kg di farina, 1350 uova, decine di kg di zucchero. Più di 150 persone, tra donne e uomini, hanno impastato, cotto, decorato i taralli di ogni forma e colore prima di essere appesi al Carro del Santo. Queste feste, che per molti possono apparire come reminiscenze di un mondo ormai perduto, obsoleto, non sono altro che l’espressione più alta della civiltà contadina. L’occasione in cui è ancora possibile rintracciare il volto sacrale della creatura umana in tutta la sua bellezza, creatività, spiritualità.

Riviverle attraverso la rielaborazione della memoria storica tramandata dai padri significa essere consapevoli del proprio passato, più forti per affrontare le sfide di un futuro intriso di falsi miti, sempre più virtuale e meno umano.

Dice Arnaldo Di Lello, poeta Giulianese, in una sua poesia: «Si tu addumminne a tutte li cundrade, a gende furistire, a paesane, chi vo’ na grazie, chi vo’ nu sullive, li cerche a Sand’Andonie di Giujane . Vissa vedè lu jurne di la feste, tra bande, bancarelle , prugissiune. Li dibbutate pare s’imbazzisce, girenne tra la pupulazione».

*(regista)