«Giulio era come me: un cervello in fuga che inseguiva sogni»

Il sociologo teatino De Angelis esperto di terrorismo analizza il mistero del delitto Regeni e le verità nascoste
CHIETI. Stefano De Angelis, giovane sociologo teatino esperto di anti-terrorismo interviene sul misterioso caso di Giulio Regeni. Fa delle riflessioni e invoca che si faccia chiarezza sulla morte di un ragazzo che stava costruendo il suo futuro.
«La tragica morte di Giulio Regeni, il nostro giovane ricercatore barbaramente ucciso in Egitto da “non si sa chi”, rischia seriamente di diventare l’ennesimo caso in cui la verità è stata coperta, barattata, svenduta, rifiutata. Se esiste un qualcosa al mondo su cui non si dovrebbe mai negoziare, questa è la verità. Le autorità egiziane, tutt’altro che propense a fare luce su un caso che ha sempre più le sembianze di un omicidio di Stato, continuano a ignorare le pressioni dell’Italia. Tutto è ancora avvolto da un tenebroso alone di mistero, una renitenza assoluta alla collaborazione, una sostanziale decisione di non voler far luce su un caso che ormai è internazionale e che mina i rapporti tra Italia ed Egitto e forse tra Europa e Paesi alleati del Nord Africa. Abbiamo sentito di tutto su questo giovane da parte delle autorità o delle fonti egiziane.
Giulio Regeni era un ricercatore con la passione per la scrittura, come il sottoscritto, e nulla più. Un cervello in fuga, un’eccellenza italiana che faceva ricerca in una delle più prestigiose università del mondo, che ha scelto di vivere in prima linea la sua vita di ricercatore e che, per qualche motivo inspiegabile finora, ci ha rimesso la vita.
Negli ultimi cinque anni, ovvero dall’inizio delle proteste di massa contro il governo autoritario ultra trentennale di Hosni Mubarak, fino all’attuale governo che sembra sempre più un regime totalitario in mano ai generali dell’esercito, passando per l’era Morsi e dei Fratelli Musulmani, l’Egitto ha visto una deriva autoritaria senza precedenti, figlia appunto di una Primavera araba che ha deluso tutte le aspettative di cui si era fatta carico, che ha tradito i sogni e le illusioni di milioni di persone consegnando tutto il Nord Africa a nuovi dittatori e gruppi terroristici. Ecco che in uno scenario simile, perfino un ricercatore, un ragazzo con un pc e tanta voglia di scrivere, di raccontare la propria esperienza in uno dei Paesi più difficili del mondo, può divenire un elemento scomodo per il potere, un nemico da far fuori a tutti i costi.
Già, un nemico da eliminare con ogni mezzo, ovviamente dopo averlo torturato per cercare di estorcergli qualche informazione che Giulio non poteva avere, qualche nome che non poteva conoscere, qualche ipotetico e fantomatico fatto di cui lui poteva essere venuto a conoscenza. Ed è stato eliminato. Il caso spacciato perfino per suicidio in un primo momento, e poi prontamente depennato come “caso irrisolvibile” dalle autorità egiziane. Ora l’ultima sciocchezza diramata dalle autorità egiziane: “Giulio è stato ucciso da uno spacciatore, i motivi sono da ricercare nella sua vita privata”. L’ennesima presa in giro alla famiglia Regeni, e più in generale all’Italia. Dunque è questa la fine di una storia senza senso?
È questo lo squallido epilogo che dobbiamo attenderci, per un caso che segna un triste precedente, forse l’ennesimo, di un giovane che è dovuto andare a cercar lavoro all’estero, che ha dovuto esportare il suo sapere e la sua voglia di fare in un altro Paese, e per questo ci ha rimesso la vita?
Qualche giorno fa mi hanno proposto di guidare un team di ricerca in Nigeria, per studiare da vicino il terrorismo firmato Boko Haram con un compenso più che interessante. Ho rifiutato perché non ci sono sufficienti garanzie sulla sicurezza riservata al mio team. L'università di Lagos, capitale di uno Stato tra i più colpiti al mondo dal terrorismo, ma anche tra i più poveri e disastrati della terra, paga i ricercatori che accettano questo incarico quasi sei volte quanto pagano le università italiane. Ora, ovviamente, la vita non ha prezzo, infatti io ho rifiutato. Ma probabilmente qualcun altro accetterà, perché con sei mesi di lavoro in un Paese in guerra si possono risolvere parecchi problemi, si possono pagare tante rate del mutuo, si può costruire un pezzo del futuro dei propri figli.
E quindi non biasimo chi accetterà. Ma questo dato deve preoccuparci non poco. Perché i ricercatori italiani sempre più spesso fuggono all'estero per poter vivere dignitosamente, e sempre più spesso vanno nei Paesi più pericolosi del mondo per poter lavorare. Talvolta muoiono, come Giulio Regeni in Egitto e Valeria Solesin a Parigi. Tutto questo è inaccettabile. Se i giovani sono il futuro, la ricerca è la garanzia per un futuro migliore. Un Paese che guarda al futuro deve investire sulle nuove generazioni e deve incentivare la ricerca.
L'Italia ogni giorno mette in condizione di scappare le migliori menti in circolazione, e magari qualcuno le accusa perfino di non aver saputo trovar lavoro nel proprio Paese. Quindi quale è il terzo mondo? Noi vorremmo vivere in un Paese civile dove la verità non deve essere assolutamente barattata per nessun motivo al mondo. Questa verità, che pretendiamo, è un segno di rispetto per tutti coloro che oggi sono costretti a lasciare il proprio Paese per lavorare. Questa verità che tarda ad arrivare, e che semmai arriverà, comunque non riporterà a casa Regeni dalla sua famiglia il povero Giulio, è un piccolo gesto d’affetto che lo Stato italiano, pretendendola dall’Egitto, può e deve fare nei confronti di Giulio e di un’intera generazione, tornata a emigrare.
Una generazione che ama l’Italia, ne porta in giro per il mondo la creatività, la cultura, il sapere, l’eccezionalità. Questa generazione, la mia generazione, vuole sapere la verità sulla morte di un suo figlio, Giulio, ucciso a ventinove anni per aver inseguito un sogno». (g.l.m.)

