«Gli impianti di Treglio bruciavano rifiuti»

16 Febbraio 2016

Lo sostengono in aula i super periti della Procura, gli stessi dell’Ilva di Taranto «Quantità e qualità delle ceneri non sono quelle previste nel progetto»

LANCIANO. «Gli impianti di Treglio, pur in possesso di autorizzazione per i combustibili, bruciavano rifiuti rappresentati dalla sansa di olio di oliva di cui non veniva attestata la conformità». Si apre con questa accusa, da parte dei periti incaricati dalla Procura, gli stessi utilizzati nel caso dell’Ilva di Taranto, la fase dibattimentale del processo che vede imputati per reati ambientali gli imprenditori Antonio Vecere per la Gct srl ed Enrico Vecere per il sansificio. I due impianti erano stati posti sotto sequestro lo scorso gennaio per una serie di violazioni ambientali. Sul banco dell’accusa, nelle vesti di pubblico ministero, c’è il procuratore capo Francesco Menditto che ha coordinato una accurata inchiesta durata due anni, partita dalle denunce dell’associazione Nuovo Senso Civico e dei cittadini di Treglio, preoccupati dai fumi e dalle emissioni provenienti dai due impianti. La prossima udienza si terrà il 14 aprile alle 15.

I RIFIUTI. La sansa disoleata, secondo la capillare relazione dei super periti Mauro Sanna, Roberto Manguzzi e Nazzareno Santilli, sarebbe stata bruciata illegalmente perché era in quantitativi molto elevati rispetto al consentito e da classificarsi non come combustibile, ma come rifiuto per una serie di disposizioni di legge. La qualità e quantità delle ceneri, secondo i periti, dimostrerebbero che è stato bruciato altro materiale rispetto al cippato e alla sansa disoleata consentiti dal progetto originario.

I FUMI. Ancora secondo l’accusa, dal sansificio sono stati rilevati livelli di monossido di carbonio tre volte superiori al consentito: da 1500 mg/Nm3 a 4.902 mg/Nm3. Nel corso delle analisi Arta dello scorso 18 novembre in modalità di regime controllato di uno dei tre camini presenti nel sansificio, il Buzzi 3, è emerso che se il monossido di carbonio era rientrato nei limiti, era invece aumentato oltre i livelli consentiti il Cot, carbonio organico totale, con annesso disagio di odori per la popolazione. Questo anche perché il materiale non era stoccato adeguatamente e risultava esposto alle intemperie. Altro dato riportato in aula dai periti è il colore dei fumi. Se sono neri significa che la combustione è completa e il monossido di carbonio (gas molto pericoloso per la salute umana) è stato bruciato in maniera corretta.

L’ERRORE. È stata definita una «leggerezza imperdonabile» dal presidente di Nsc, Alessandro Lanci, quella commessa dagli avvocati del Comune, Enrico Morigi, e dell’associazione, Andrea Buitoni. Il perito e tecnico di parte, Tommaso Giambuzzi, sulle cui relazioni si basa tutta l’azione di denuncia, non è stato inserito nel registro dei periti presentato al giudice Andrea Belli. Ciò significa che l’ingegnere non potrà essere utilizzato neanche come testimone né si potranno dimostrare i danni ambientali ed economici delle parti civili. LA PROVINCIA. Una pessima figura la fanno in aula le istituzioni. Provincia e Arta, da quanto emerso in aula, sono state praticamente assenti nei controlli da effettuare ai due impianti e per niente incisive per quanto riguarda l’imposizione di limiti alle emissioni e alle attività delle centrali. «Andremo avanti», dice il sindaco di Treglio, Massimiliano Berghella, «il nostro obiettivo è delocalizzare gli impianti». «Vogliamo che si ristabilisca la verità», commenta Lanci, «non gioiamo nel mettere alla sbarra un imprenditore, ma vogliamo capire quali danni provocano queste emissioni e perchè gli enti preposti non hanno controllato».

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