Honeywell, la solidarietà scende in strada

28 Settembre 2017

Atessa. Familiari, ex operai e sindaci al fianco dei dipendenti della fabbrica di turbocompressori in sciopero da 11 giorni

ATESSA. La Honeywell non può e non deve chiudere. La manifestazione provinciale di ieri mattina davanti allo stabilimento del colosso dei turbocompressori per auto di media e grossa cilindrata, è servita a ricordare, se ce ne fosse ancora bisogno, che la Val di Sangro non merita altri cancelli chiusi. Non lo meritano i lavoratori di questo pezzo d'Abruzzo che mettono insieme buona parte del Pil regionale e non lo merita la gente di questa valle che sul manifatturiero ha vinto una scommessa che a tutti sembrava impossibile in un territorio a preponderante vocazione agricola.
A sostenere i dipendenti della Honeywell in sciopero dal 18 settembre sono scesi a centinaia. Una trentina erano i sindaci e rappresentanti dei comuni dalla costa fino all’entroterra e tantissime le persone comuni, dipendenti e delegati di tutte le principali fabbriche della Val di Sangro tra cui Honeywell, Sapa, Sevel, Isringhausen, Honda. È come se ci fosse un unico filo a tenere tutte insieme le fabbriche dei motori. E se la Honeywell chiude la Val di Sangro rischia di implodere. In mezzo alle magliette bianche da lavoro degli operai della Honeywell c’erano anche i lavoratori in pensione. Gente che ha passato 35 anni sulle catene di montaggio e che con il salario operaio ci ha cresciuto famiglie e fatto studiare i figli. Una fabbrica che è come una grande famiglia. Forse è per questo che lo sciopero è così compatto.
Intanto a fare da cornice agli operai ci sono le fasce tricolore dei sindaci e i politici: Giovanni Lolli, vicepresidente della giunta regionale; Camillo D’Alessandro, consigliere regionale Pd; Maurizio Acerbo, segretario nazionale Prc; Sara Marcozzi, consigliere regionale M5s e tanti altri. Ma tra la gente serpeggia, palpabile, la paura della chiusura. Sono cominciate ad arrivare le prime lettere dall’azienda agli impiegati. Si dice loro che «ogni ulteriore giorno di sciopero pone il sito in una situazione più complessa e ha un impatto negativo con il rapporto con i nostri clienti» e si consiglia «di riconsiderare la posizione» sullo sciopero.
Al presidio si teme che qualcuno possa vacillare, che quelle parole, scritte nero su bianco, possano far cambiare idea sulla protesta. «È terrorismo psicologico», tuona Davide Labbrozzi, segretario Fiom-Cgil, «e noi non lo accettiamo. Non indietreggeremo di un millimetro fino a quando non avremo un piano industriale in mano».
Intanto i sindacati coinvolgono il ’refetto di Chieti, Antonio Corona, che si è detto «solidale con i lavoratori« e si è impegnato a far accelerare l'incontro al ministero dello Sviluppo economico. Anche il segretario Fim Abruzzo e Molise, Domenico Bologna, auspica il tavolo ministeriale specificando che il ministro Carlo Calenda, «deve farsi parte attiva in questa vertenza, non può essere solo un mediatore». «C’è in ballo lo scippo di una fabbrica italiana per favorire una francese», ricorda Nicola Manzi, Uilm-Uil, «la questione è nazionale». Il senatore del Movimento 5 stelle, Gianluca Castaldi, in una nota ricorda che la Honeywell «ha ricevuto sostegno per un miliardo e 271 milioni di euro da compagnie come Intesa Sanpaolo. Dopo aver spudoratamente sfruttato tutta la filiera di incentivi e ammortizzatori sociali a disposizione, ha pensato bene di trasferire la sede fiscale in Svizzera. È una follia rinunciare a una fabbrica che funziona bene».