I giudici: è un assassino, non sa controllarsi

Ancora nessuna traccia di D’Aponte, scappato da Torre Sinello dopo un permesso. Ecco come si è espressa la Cassazione
CHIETI. «È un pericolo per la società perché è incapace di autoregolarsi». Così la Cassazione si è espressa su Alfonso D’Aponte, il pastore di 55 anni, fuggito dalla casa lavoro di Vasto, che uccise la sorella Anna nel 1997. L’uomo, originario di Montoro (Avellino), sarebbe dovuto rientrare a Torre Sinello dopo un permesso premio, ma è scappato. E di lui, a distanza di 39 giorni, non c’è alcuna traccia. L’ultima volta è stato visto nella fattoria Isola Felice di Casalbordino, dove doveva trascorrere i tre giorni di licenza concessi. La misura di sicurezza applicata nei suoi confronti è in scadenza il 30 dicembre del 2019. Già in passato, però, il magistrato di sorveglianza di Pescara aveva disposto delle proroghe.
Ad occuparsi del suo caso è stata anche la Corte di Cassazione. Nel 2016, infatti, D’Aponte ha impugnato l’ordinanza con cui il Tribunale di sorveglianza dell’Aquila aveva confermato «il giudizio di pericolosità sociale». L’uomo «lamentava la violazione di legge e il vizio di motivazione». Ma i giudici romani hanno considerato inammissibile il suo ricorso perché il Tribunale di sorveglianza ha «correttamente evidenziato le ragioni di fatto in forza delle quali è stata desunta l’incapacità di autoregolarsi e la mancata elaborazione di alcuna riflessione sui comportamenti devianti che, infatti, anche nel ricorso, vengono addebitati a familiari o a terzi, a dimostrazione della scarsa consapevolezza di quanto agito».
Lo stesso Tribunale di sorveglianza, si legge ancora in sentenza, «ha poi evidenziato la mancanza di una sistemazione abitativa e di stabili riferimenti affettivi, necessari per formulare un giudizio di attenuata pericolosità». L’assenza di rapporti con i familiari, secondo la Cassazione, è anche dovuta ai «comportamenti» dell’uomo. «D’Aponte», ricordano i giudici, «è sottoposto alla misura di sicurezza per l’omicidio della sorella ed è accusato di rissa e lesioni ai danni di un fratello commessi mentre era in licenza». Il rifermento è all’aggressione avvenuta nel 2013 nel suo paese d’origine, quando prese a colpi di pietra il familiare.
I giudici romani sono arrivati a questa conclusione: «Il ricorso si presenta, in realtà, generico e aspecifico in quanto si limita a contestare le conclusioni di merito cui è giunto il Tribunale di sorveglianza senza, peraltro, confrontarsi con il provvedimento impugnato». Ma la fuga del pastore di Montoro, che ha già scontato 18 anni per aver ammazzato la sorella, continua.
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