I politici morosi pagano per salvare gli incarichi

2 Dicembre 2019

Prima regolarizzazione delle tasse ignorate per anni: gli indebitati scendono a 13 Regna imbarazzo in Comune, i partiti iniziano a chiedere conto ai rappresentanti

CHIETI. Ora che il caso è esploso – 14 politici non pagano le bollette e hanno accumulato un debito di quasi 38mila euro per Tarsu, Tari, Ici, Imu e mensa scolastica – regna l’imbarazzo in Comune. E anche i partiti, in via riservata, iniziano a chiedere spiegazioni ai loro rappresentanti. Una «situazione incresciosa», come l’ha chiamata il sindaco Umberto Di Primio, che però potrebbe dare una svolta ai pagamenti fermi addirittura dal 2008 e portare improvvisamente al saldo delle cartelle ignorate. E oggi, in questo clima, torna il consiglio comunale.
Dei 14 amministratori, 4 sono componenti della giunta Di Primio e gli altri 10 sono consiglieri, di maggioranza e opposizione: non ha confini politici l’abitudine di non pagare le bollette, ignorare i solleciti e dribblare le ingiunzioni. Uno su tre non salda le bollette con regolarità: un esempio al contrario nel Comune con i conti in rosso. C’è un assessore che deve 10.688 euro alla Teateservizi, la società pubblica che si occupa della riscossione dei tributi. A fronte di 12 solleciti e ingiunzioni (risalenti anche al 2008) per 11.515,07 euro, ne ha pagati solo tre per 1.861,04 euro: il residuo da saldare è di 9.654,03 euro. Agli oltre 9mila euro, poi, si aggiungono altre tre cartelle inevase per l’acqua: 1.034,64 euro. L’importo complessivo dovuto dall’assessore è quindi di 10.688 euro. Altri tre sono i debiti più rilevanti: tra i 2 e i 4mila euro che pendono su consiglieri.
Ma, visto che avere debiti con il Comune potrebbe innescare la decadenza dagli incarichi come stabilisce l’articolo 63 del Testo unico degli locali, ecco che per i casi da poche centinaia di euro si prevede una corsa alla regolarizzazione: nei giorni scorsi, un assessore ha chiuso ogni pendenza. Una cartella da circa 400 euro. Restano, quindi, tre i membri morosi dell’esecutivo cittadino. Ma, assessori e consiglieri, potrebbero decidere di pagare e azzerare i debiti per evitare la figuraccia della revoca degli incarichi. L’articolo 63 del Testo unico recita: «Non può ricoprire la carica di sindaco, presidente della provincia, consigliere comunale, consigliere metropolitano, provinciale o circoscrizionale: colui che», recita il documento, «avendo un debito liquido ed esigibile, rispettivamente, verso il comune o la provincia ovvero verso istituto od azienda da essi dipendenti è stato legalmente messo in mora ovvero, avendo un debito liquido ed esigibile per imposte, tasse e tributi nei riguardi di detti enti, abbia ricevuto invano notificazione dell’avviso». E sulle cartelle arrivate ai politici c’è scritto proprio: «Il credito è divenuto certo, liquido ed esigibile ed è definitivo e incontestabile per cui occorre procedere al recupero coattivo». Il rischio di perdere gli incarichi c’è, proprio a ridosso delle elezioni: tra 7 mesi, a Chieti, si tornerà al voto per il dopo Di Primio.