Il 66enne che strangolò la madre: «Non ricordo nulla di quel giorno»

Il matricida davanti al giudice: «Lei era tutto per me, ho saputo ciò che era successo dalla televisione» L’avvocato Vassalli: non era consapevole delle sue azioni, omicidio frutto anche di un dramma sociale
CASOLI . «Mia madre era tutto per me». Lo ripete più volte nella sua deposizione Francesco Rotunno, 66 anni, a processo in Corte d’assise a Lanciano (presidente Giovanni Nappi, a latere Maria Rosaria Boncompagni) per aver strangolato la madre, l’88enne Cesira Bambina Damiani il 12 febbraio 2023. Dopo l’omicidio tentò di suicidarsi, non riuscendoci. Rotunno, difeso dall’avvocato Silvana Vassalli, è accusato di omicidio volontario aggravato dal rapporto di parentela con la vittima e dalla minorata difesa della donna, affetta da cecità bilaterale totale, con cui viveva in corso Umberto I a Casoli. Rischia l’ergastolo.
«Mamma l’ho ripresa a casa con me nel luglio 2022 dall’ospedale di Lanciano dove era stata ricoverata», racconta l’uomo, con calma alla pm Mirvana Di Serio, «non l’ho riportata nella casa di riposo dove era stata un anno e mezzo perché la volevo con me. Ho trovato una casa comoda per lei che si muoveva col girello perché era cieca, soffriva di demenza e faceva trasfusioni. All’inizio c’era la signora Ciccarone con noi, poi da agosto ho lasciato il lavoro per stare più vicino a mia madre. Lei era tutto per me. Tutto». Poi da dicembre qualcosa cambia. «Mamma stava sempre peggio e io con lei», riprende l’uomo, «mi sentivo in colpa perché non riuscivo a curarla».
A gennaio le cose precipitano: Rotunno perde il reddito di cittadinanza, alla madre viene tolto un sussidio e si ritrova da solo ad accudirla perché la badante va saltuariamente. Arriva il 12 febbraio, il giorno dell’omicidio di cui non ricorda nulla. «Quella mattina l’ho lavata, vestita», spiega, «doveva prendere le medicine e fare colazione ma non ha voluto. L’ho seduta sul divano, si era un po’ appisolata e sono uscito fuori a fumare. Poi mi sono ritrovato in ospedale non so come e perché. Dicevo che dovevo andare a casa da mia madre, ma mi hanno detto che non potevo».
Tra i «non ricordo» Rotunno dice che il biglietto «scusa a tutti» trovato in cucina l’ha scritto a dicembre in uno dei tanti momenti di sconforto: «Chiedevo scusa per la separazione, il divorzio. Ho vissuto male e non riuscivo neanche a curare mia mamma». Poi il corredo funerario trovato accanto al corpo della donna composta e distesa sul letto dice che era pronto da anni. Il tentativo di suicidio? «Ci pensavo», ammette, «perché mi sentivo in colpa». Ed è anche il giudice Nappi a incalzarlo sui ricordi: «Ho saputo che mia madre è stata strangolata dalla tv in carcere», risponde, «ho cercato spiegazioni, mi chiedo anche ora cosa è successo, ma non trovo risposte. Sento solo tanto dolore».
Chiusa la fase istruttoria, l’avvocato Vassalli depositerà una memoria con allegata una documentazione sanitaria dell’uomo. «La sua è una amnesia psicotica non da trauma ma derivante da un disagio psicologico precedente», spiega Vassalli, «di quel giorno ha rimosso tutto. Voglio dimostrare la situazione emotiva che viveva, tra i disagi anche economici, le preoccupazioni e la consapevolezza che era imminente anche la morte della madre. Quello sconvolgimento ha determinato in lui il proposito suicida e poi, per non lasciare sola la madre, omicida. Mi chiedo però, e chiedo alla corte: quel giorno era cosciente? Era consapevole delle sue azioni? Discuteremo della volontarietà», conclude l’avvocato, «perché l’omicidio c’è stato, ma è il frutto anche di un dramma sociale».
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