Il boss in aula dopo la latitanza tra accuse e il cuore alla compagna

30 Gennaio 2019

Cuppari, considerato capo di una cosca della ’ndrangheta, a processo con altri 30 imputati Gli investigatori ricostruiscono gli affari della cocaina. Ma la titolare di un bar incendiato lo difende

CHIETI. Il boss della ’ndrangheta si presenta per la prima volta in aula dopo una latitanza durata quasi due anni. Simone Cuppari, 37 anni, è ritenuto il capo della cosca di Brancaleone (Reggio Calabria) che aveva eletto Francavilla come base per traffici illeciti da milioni di euro. Dall’estate scorsa, quando i carabinieri del nucleo investigativo di Chieti l’hanno arrestato vicino Bergamo interrompendo la sua fuga, il boss è richiuso nel carcere di massima sicurezza di Tolmezzo, in provincia di Udine. Ieri mattina Cuppari è arrivato in tribunale, davanti al collegio composto dal presidente Guido Campli e dai giudici a latere Andrea Di Berardino e Chiara Di Gerio, per il processo che lo vede imputato insieme ad altre 30 persone – a vario titolo – per associazione a delinquere di stampo mafioso e un’altra sfilza di reati: dall’estorsione all’usura, dal tentato omicidio al traffico di droga, dagli incendi dolosi alla detenzione illegale di armi da fuoco.
L’UDIENZA. Per la Direzione distrettuale antimafia dell’Aquila, che ha coordinato l’inchiesta, c’è il pm Simonetta Ciccarelli. Faccia pulita e capelli corti, Cuppari indossa maglioncino e camicia. Si comincia con le testimonianze di alcuni investigatori che si sono occupati delle indagini durante le quali sono scattati anche numerosi arresti in flagranza. Come quello di Pasquale Mileto, il padre della compagna di Cuppari, avvenuto all’inizio del 2015. «Lo abbiamo fermato al casello autostradale di Francavilla: aveva due chili di cocaina nascosti dentro a una Fiat 500 dopo il rifornimento di droga fatto in Lombardia, a Motta Visconti», dice un maresciallo dei carabinieri. «Prima di fermarlo, avevamo notato nei pressi dello svincolo sia Tonino Ballone (uno degli imputati, ndr) che Cuppari. Dall’utenza in uso a quest’ultimo sono partiti tre sms per avvisare Mileto della presenza dei carabinieri e invitarlo a imboccare l’uscita successiva dell’A14. Ma lui aveva il telefono spento, quindi non ha letto i messaggi. Le schede erano tutte intestate a persone straniere, peraltro inesistenti».
L’INCENDIO. Un altro sottufficiale dell’Arma, invece, ricorda l’incendio doloso di una Alfa Romeo Giulietta: per l’accusa ad appiccare le fiamme, con una tanica di benzina, sono stati Cuppari e l’altro imputato Enea Nelo. «Quando siamo arrivati sul posto», racconta l’investigatore, «la vittima ha pronunciato la frase: “Adesso questi mi hanno rotto, sono sempre gli stessi”».
IL TENTATO OMICIDIO. Su Cuppari, e altre due persone per le quali si è proceduto separatamente, pende anche un tentato omicidio: il 2 ottobre del 2013, ad Ortona, furono esplosi due colpi di pistola contro l’auto guidata da un uomo di origini napoletane. La sua colpa? Era stato accusato di aver rubato della cocaina che apparteneva al boss. Dopo la sparatoria, gli investigatori sequestrarono una pistola semiautomatica marca Beretta a casa di uno degli indagati. In aula, un maresciallo dei Ris di Roma conferma che i proiettili furono sparati proprio da quell’arma, ritenuta «funzionante ed efficiente».
LA BARISTA. L’ultimo testimone di giornata è la titolare del Cafè Noir, un bar di Francavilla finito al centro di un attentato incendiario nell’estate del 2014. Tramite le confidenze fatte al telefono da una terza persona, e intercettate dai carabinieri, la procura ha deciso di contestare anche questo episodio al boss e ai suoi complici. Per l’accusa si tratta di un «esempio emblematico della capacità intimidatoria del sodalizio criminale». Ma la titolare del bar, rispondendo alle domande del pm, dice: «Simone Cuppari era un cliente: lo conosco da tempo e non ho mai avuto motivi di contrasto con lui. Non ho sospetti su chi possa aver appiccato le fiamme». Il processo entrerà nel vivo a partire dalla prossima udienza, in programma il 16 aprile, quando verranno ascoltati gli altri 17 testimoni dell’accusa. Poi, toccherà a quelli della difesa.
LA COMPAGNA DEL BOSS. I giudici sono già usciti dall’aula quando il boss scambia qualche parola con la compagna Joana Mileto, anche lei imputata. «Ciao amore», dice lei in lacrime. «Ti amo», risponde lui. L’ultima immagine è quella del boss che, prima di uscire dal tribunale e salire sul blindato della polizia penitenziaria, fa il segno del cuore con le mani.
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