Il caso dell’ex omicida ignorato dal ministro

Il teatino Contini chiede giustizia, Melilla accusa: nessuna risposta all’interrogazione parlamentare
CHIETI. «E' grazie al lavoro in carcere che Pasquale Contini si è reinserito nella società, ma se lo Stato continua a non pagarlo, nonostante la sentenza del 2011, siamo di fronte a un comportamento vergognoso e inqualificabile perché perpetrato ai danni di un soggetto debole». E' il commento di Gianni Melilla, deputato abruzzese di Sel, sulla vicenda dell'ex detenuto chietino che dopo la condanna per l'omicidio della madre, a Francavilla nel 2001, lavorò per sei anni al supercarcere di Sulmona ricevendo dopo la scarcerazione solo una parte degli stipendi accumulati prestando servizio nelle cucine fino al 2008.
Melilla è il firmatario di un'interrogazione a risposta scritta presentata lo scorso dicembre in cui si chiedevano al ministero della Giustizia i motivi dell'omesso pagamento della somma liquidata tre anni fa dal giudice del Lavoro Ciro Marsella, poco meno di 14mila euro in differenze retributive. «E' l'unica interrogazione, per quanto mi riguarda», spiega Melilla, «rimasta senza risposta. La ragione, semplice, è che non sanno come giustificarsi visto che l'evidenza è contro di loro e non hanno altra via d'uscita se non accreditare la cifra riconosciuta al detenuto-lavoratore. Forse, anche al ministero si rendono conto ormai che anziché replicare sarebbe meglio accreditare a Contini quanto gli spetta. E io preferisco», osserva il parlamentare vendoliano, «che diano corso alla sentenza piuttosto che rispondermi». Nel frattempo, Melilla fa uso di tutte le armi a disposizione di un deputato in questi casi. «Al termine di ogni seduta dedicata alle interrogazioni», spiega, «mi avvalgo della facoltà di sollecitare la risposta rimasta in sospeso, ma si tratta di uno strumento di pressione politica senza valenza coercitiva. Quello di Contini», annota, «mi risulta però che sia un caso limite, forse unico. E questo accresce la rabbia, perché un detenuto che ha creduto nel lavoro e nello Stato per riscattarsi oggi potrebbe vedere incrinata la sua fiducia in quei valori».
Nella causa di lavoro chiusa con la sentenza di primo grado, giacché mai impugnata dal ministero, passò la tesi che anche il lavoro prestato dietro le sbarre dovessero applicarsi tutti i termini del contratto collettivo vigente per la categoria di riferimento, con la riduzione di legge degli emolumenti pari a un terzo. (f.b.)

