Il complice di Cuppari rapinò il commissario

23 Febbraio 2017

’Ndrangheta, anche Cricelli finisce nella retata dei carabinieri

CHIETI. Aveva già patteggiato, lo scorso ottobre, un anno e otto mesi per concorso anomalo nella rapina in casa di Francesco Costantini, dirigente della squadra mobile di Chieti. Si tratta di Giuseppe Cricelli, 26 anni, di origini calabresi ma residente in Abruzzo, finito ai domiciliari nell’ambito dell’inchiesta “Design”, coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia dell’Aquila, che ha portato a 19 arresti per associazione per delinquere di stampo mafioso. Il giovane era accusato di aver fatto da “palo” in occasione della rapina. Arrestato a luglio, si era fatto tre mesi di carcere a Madonna del Freddo, ed era stato scarcerato dopo il patteggiamento con l’obbligo di firma per due giorni a settimana, ma a quattro mesi è finito di nuovo nei guai. C’è un’intercettazione ambientale che lo tira in ballo, quella acquista nel maneggio dove Cricelli ha incontrato Simone Cuppari, 36enne di origini calabresi ma da tempo residente sulla costa teatina, ritenuto il capo della “cellula” ’ndranghetista abruzzese con “interessi” nello spaccio e l’usura, e il successivo reimpiego dei capitali in attività pulite. Cricelli e Cuppari si incontrano all’interno del locale e il primo consegna al secondo 1900 euro, che conta alla presenza dell’interessato. Dal contenuto della conversazione, secondo la Procura, si evince che la somma è dovuta a titolo di pagamento per una precedente fornitura di droga.«Allora, l’ultima volta ti diedi mille e sei, no? Quindi manca mille...e nove. Giusto»? «Però poi, vedi», risponde l’interlocutore, «che da quelli che mi tornasti mancavano una decina. Parola d’onore, sono tante volte che te le lo volevo dire». C’è disaccordo anche sulla quantità. «Erano 49, più uno e mezzo di busta, comunque te la pago lo stesso».

DA VITTIMA A CORRIERE Un imprenditore arrestato nell’indagine Shot 2009 rivela come è stato “arruolato”, e di aver compiuto diversi viaggi in Lombardia e in provincia di Reggio Calabria, ad Africo e Brancaleone. L’uomo afferma, durante l’interrogatorio, di aver conosciuto Cuppari nel 2007-2008, grazie al fratello, al quale si era rivolto a causa delle sue precarie condizioni economiche. «Nella sostanza ricevetti circa 60mila euro e non mi venne richiesto né il periodo in cui avrei saldato il debito, né tantomeno fu fatto riferimento a ipotetici interessi. Successivamente, comincia ad avere qualche problema». Nel 2009 l’uomo racconta di essere stato picchiato con un bastone perché non aveva ancora pagato. «Ricordo che in quel frangente rappresentai che ero disposto a fare qualsiasi cosa pur di azzerare il mio debito. Da quel momento mi resi disponibile a fare, senza specificare nel particolare, dei viaggi per conto suo».

I COLLABORATORI DI GIUSTIZIA Una possibile chiave di lettura sul progressivo radicamento delle associazioni malavitose sul territorio abruzzese, è contenuta in un passaggio dell’ordinanza di custodia cautelare. «È ormai noto», spiega la Procura distrettuale antimafia dell’Aquila, «che nella regione Abruzzo e in quelle limitrofe sono ospitati numerosi collaboratori di giustizia che non necessariamente hanno dato un cambio alla loro vita, ma anzi, hanno riproposto i propri costumi e metodi di vita. Questa indagine rappresenta l’emblema di tale assunto» poichè, spiegano i pm, anche se i vertici del sodalizio criminale non si sono avvalsi direttamente di pentiti, hanno fatto ricorso «a personaggi usciti dal programma di protezione, o che, ancora sotto programma, frequentano pluripregiudicati che hanno messo in atto attività associative illecite».

IL LATITANTE Tra i reati di cui è invece accusato Tonino Ballone, 43 anni, tra i nove finiti in carcere, c’è quello di aver ospitato nella propria abitazione, a Francavilla, Roberto Calvio, colpito da un’ordinanza di custodia cautelare emessa dal gip del tribunale di Trani. L’uomo è tuttora irreperibile «ben consapevole», scrivono i giudici, «del suo stato di latitanza volontaria».

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