Il Consiglio di Stato boccia il numero chiuso

5 Giugno 2019

Università, i giudici permettono il trasferimento da scienze motorie a fisioterapia senza test d’ingresso

CHIETI. Anche il Consiglio di Stato sfida il ministero dell’Istruzione università e ricerca sui corsi di laurea a numero chiuso. La sesta sezione del Consiglio di Stato ha rigettato l’appello promosso da Miur e università d’Annunzio per l’annullamento dell’ordinanza del Tar che a febbraio scorso ha permesso a uno studente di scienze motorie (corso senza test d’ingresso, non essendo a numero chiuso) di iscriversi al secondo anno di fisioterapia (a numero chiuso).
Il ragazzo si era visto bocciare la richiesta di trasferimento dalla Segreteria studenti dell’ateneo perché non aveva sostenuto alcun test d’ingresso. Lo studente, assistito dagli avvocati Salvatore Braghini e Renzo Lancia specializzati in questo settore, si era perciò rivolto al Tar di Pescara che a febbraio ha ordinato all’ateneo di ammetterlo a Fisioterapia. Contro questa ordinanza, hanno fatto appello Miur e università e, a loro sostegno, si è costituita anche l’Associazione italiana dei fisioterapisti, con l’avvocato Lorenzo Lamberti, a testimonianza del fatto che la questione è ormai diventata di interesse nazionale. Il Consiglio di Stato ha però rigettato la richiesta di annullamento dell’ordinanza. Il ragazzo va dunque ammesso a fisioterapia anche se si tratta di un’iscrizione con riserva, nell’attesa del pronunciamento di merito dei giudici amministrativi previsto a novembre.
«L’orientamento delle due sezioni del Tar regionale abruzzese (L’Aquila e Pescara) sembra essere ormai più che consolidato nel favorire il transito ai corsi ad accesso programmato in presenza di posti non assegnati agli studenti stranieri», dice l’avvocato Braghini che plaude anche ai tempi della giustizia amministrativa. «Spesso a torto si critica la giustizia amministrativa», dice, «e invece, soprattutto per le decisioni urgenti, mostra massima efficienza. Come in questo caso a difesa del diritto allo studio in ragione dell’obbligo delle università al pieno impiego delle risorse e delle strutture didattiche che preparano i giovani alle professioni sanitarie, di cui, peraltro, vi è un crescente fabbisogno». (a.i.)