Il finto corriere resta in carcere: «È un professionista dello spaccio»

Il giudice: «Non può tornare libero, opera a livelli elevati nella catena di produzione di stupefacenti» Lui prova a ridimensionare il suo ruolo: «Sono un prestanome degli albanesi, mi hanno ingannato»
CHIETI. Resta in carcere Marco Cassano, il finto corriere espresso di 29 anni bloccato dai carabinieri di Francavilla con 101 chili di droga tra marijuana, hashish e cocaina e in grado di gestire «professionalmente» le serre per produrre stupefacenti «su larga scala». Lo ha deciso il giudice per le indagini preliminari Luca De Ninis, che ha convalidato l’arresto del giovane accogliendo le richieste del sostituto procuratore Giuseppe Falasca.
L’indagato, assistito dall’avvocato Goffredo Tatozzi, è stato interrogato ieri mattina collegandosi in videoconferenza dal penitenziario di Lanciano. Cassano ha dichiarato di svolgere lavori saltuari ma di essere disoccupato da oltre un anno, cioè dall’inizio dell’emergenza coronavirus. Quando è stato fermato dai militari all’esterno di un garage vicino a piazza Sant’Alfonso, era vestito da corriere e si trovava a bordo di un furgone rosso con tanto di logo di una nota società di spedizioni. «L’indagato», scrive il giudice, «ha spiegato l’acquisto del furgone a novembre 2020 quale semplice “prestanome” di soggetti albanesi non individuati, che l’avrebbero ingaggiato nelle attività illecite di traffico e coltivazione di droga». Oltre al carico illegale da un milione di euro, i carabinieri del maggiore Massimo Capobianco e della tenente Maria Di Lena hanno trovato anche due serre riconducili all’indagato, una a San Vito Chietino e l’altra a Ripa Teatina, con un totale di ben 460 piante di cannabis, di cui quasi la metà pronte per essere macinate. Cassano, prosegue il giudice, «ha aggiunto di essere stato ingannato dai soggetti albanesi, par di capire per non essersi reso conto che la stipulazione dei contratti a suo nome (l’acquisto del furgone e la locazione di capannone e appartamento adibiti a serre idroponiche) avrebbe consentito la sua agevole identificazione».
Nel merito delle accuse, invece, l’arrestato è rimasto in silenzio. «Alla scelta di non rispondere», sottolinea il giudice, «si aggiunge la sostanziale ammissione di far parte di un’organizzazione articolata, in grado di gestire importanti traffici di stupefacenti di varia natura (tra cui la cocaina) e di gestire professionalmente una o più serre idroponiche con la produzione su larga scala di stupefacenti a base di thc».
Poi, il giudice tira le somme: «La detenzione accertata di hashish e marijuana, per quantitativi superiori ai 100 chili, integra certamente l’ipotesi del quantitativo ingente, a cui accede la detenzione illecita di circa 500 grammi di cocaina e l’evidente inserimento dell’arresto in un contesto di un’organizzazione certamente professionale, complessa e operante a livello ultraregionale nella produzione e nel traffico degli stupefacenti». Ecco perché, in questo scenario, «il ruolo di “prestanome” auto-attribuitosi dall’indagato è certamente riduttivo, poiché Cassano ha invece svolto un ruolo operativo di sicuro rilievo». E ancora: la presenza della serra scoperta dagli investigatori del luogotenente Davide Di Sciullo a Ripa Teatina, in una villetta isolata di contrada Feudo all’indomani dell’arresto, fa ritenere che il 29enne «conosca anche ulteriori ambiti operativi illeciti dell’organizzazione». Secondo il giudice, Cassano deve restare in carcere perché è «intenso e attuale il pericolo di reiterazione del reato, desumibile sia dalle modalità delle condotte sia dalla natura e quantità rilevantissima di droga, che evidenziano come l’arrestato operi a livelli assai alti nella catena di produzione e distribuzione degli stupefacenti». Senza dimenticare che Cassano «non si è dichiarato tossicodipendente e vive con la madre beneficiaria del reddito di cittadinanza, quindi non versa in stato di indigenza assoluta, sicché la scelta di dedicarsi al traffico di stupefacenti appare libera e consapevole».

