Il giudice riapre la rivendita di auto e moto

’Ndrangheta nel Vastese: non ci sono indizi di colpevolezza, il Riesame dissequestra l’attività di Di Donato
VASTO. “Operazione Isola felice”: il Tribunale del riesame ha annullato il sequestro preventivo dell’attività di Giuseppe Di Donato, commerciante di auto e moto. La decisione è stata presa per insussistenza di indizi di colpevolezza. Il Riesame qualche settimana fa aveva annullato anche la custodia cautelare emessa dalla Dda per il commerciante e gli arresti domiciliari per la compagna, O.M..
Lunedì scorso sono state rese note le motivazioni. Non ci sono prove a carico della coppia. Purtroppo per il negoziante i problemi non sono finiti. Poche ore dopo l’annullamento da parte del Riesame dell’Aquila dell’ordine di custodia cautelare in carcere, emesso dalla Dda, Di Donato è finito nella rete della guardia di finanza di Termoli nell’ambito dell’“Operazione Hora Arbereshe”. Le fiamme gialle hanno individuato un’associazione di spaccio con base operativa fra Termoli, Campomarino e Vasto. Il legale dell’indagato, l’avvocato Alessandro Orlando, sta cercando di dimostrare l’estraneità del suo assistito al sodalizio ramificato in Puglia e Albania. La Finanza molisana, al termine di due anni di indagini ha disposto 4 misure cautelari e 11 avvisi di garanzia per il reato di traffico di stupefacenti.
Nel frattempo proseguono nel più stretto riserbo le indagini sul “Isola felice”. Secondo la Dda i componenti il clan guidato da Eugenio Ferrazzo per mettere le radici nel Vastese avrebbero impiegato un milione di euro. Il fiume di denaro in sei anni sarebbe stato investito in attività commerciali, bar, sale giochi, ma anche in edilizia. Il riciclaggio del denaro sporco è uno dei reati contestati ai 25 arrestati e 150 indagati insieme all’associazione di tipo mafioso d’ispirazione ’ndranghetista, detenzione, porto e traffico di arsenali con armi comuni da sparo, da guerra nonchè armi clandestine, estorsioni, incendi, danneggiamenti ed esplosioni di colpi di arma da fuoco in danno di imprenditori e di altri criminali, contraffazione e uso di documenti contraffatti, importazione, raffinazione e spaccio di ingenti quantitativi di cocaina (circa 300 chili) e gestione di numerose piazze di spaccio per il mercato al dettaglio. Il tutto aggravato dalla transnazionalità. L’associazione operava infatti in Messico, Ecuador, Perù, Argentina, Repubblica Dominicana, Colombia, Olanda, Spagna, Inghilterra, Svizzera e Belgio. (p.c.)
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