«Il paziente poteva sopravvivere»: ora la Asl deve risarcire la famiglia

31 Luglio 2023

CHIETI. La Corte d’appello dell’Aquila respinge il ricorso presentato dalla Asl e accoglie le ragioni di una donna teatina che aveva citato in giudizio l’azienda sanitaria per la morte del fratello,...

CHIETI. La Corte d’appello dell’Aquila respinge il ricorso presentato dalla Asl e accoglie le ragioni di una donna teatina che aveva citato in giudizio l’azienda sanitaria per la morte del fratello, avvenuta nel 2011, a causa di ritardi diagnostici e terapeutici dei sanitari dell’ospedale Santissima Annunziata.
Lucia Polidoro, assistita dagli avvocati Italo Colaneri e Cristina Di Renzo, aveva chiesto il risarcimento dei danni alla Asl Lanciano Vasto Chieti lamentando «ritardi ed errori diagnostici da parte dei sanitari dell’ospedale di Chieti», ritenuti all’origine del decesso del fratello Giuseppe, ricoverato nel reparto di Pneumologia dal 31 gennaio al 5 febbraio 2011, giorno della sua morte.
Il risarcimento era stato quantificato in 70mila euro più interessi legali, domanda parzialmente accolta dal tribunale di Chieti con la sentenza impugnata. La Asl da parte sua sostiene «la mancanza del nesso di causalità fra le prestazioni mediche fornite e il decesso del paziente».
Tuttavia, in base agli accertamenti peritali svolti successivamente, i giudici precisano nella sentenza che «non vi è alcun dubbio» sul nesso «tra la condotta dei sanitari e l’evento mortale verificatosi». «Se la diagnosi fosse stata tempestiva», si legge sulla sentenza, «potevano essere messi in atto interventi alternativi, senza particolari controindicazioni». Più nel dettaglio: «La gestione clinica del caso non è stata conforme alla buona prassi medica ed è stata connotata da un ritardo terapeutico di circa dieci ore».
Polidoro è stato trasferito in sala operatoria alle 22.15, anziché alle 12.16, «quando era ancora in condizioni non critiche», riportano le carte.
E proprio questo ritardo, secondo gli accertamenti peritali, «ha determinato una perdita di chances di sopravvivenza che può essere ragionevolmente indicata nella misura del cinquanta per cento». Anche i consulenti d’ufficio nominati dal giudice, un medico legale e un chirurgo vascolare, hanno confermato il nesso tra la morte e le terapie fornite al paziente. «Qualora fosse stato trattato secondo una corretta regola d’arte avrebbe avuto, con alto grado di probabilità, una percentuale di sopravvivenza». (e.g.)
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