Il prefetto apre il palazzo dell’arte a famiglie e turisti

29 Marzo 2019

Barbato mette in mostra affreschi e arredi dell’edificio storico «Questa è la casa dei cittadini, non può restare chiusa»

CHIETI. «Sono un prefetto di campagna». Il prefetto Giacomo Barbato, 63 anni, nato ad Aversa, due figli, laurea in legge e master in Management pubblico, commendatore al merito della Repubblica, è arrivato a Chieti a dicembre dopo una carriera lunga e brillante. E ha già un progetto: aprire ai cittadini il palazzo storico di corso Marrucino con tutta la sua arte tra quadri di Cascella e Laccetti, affreschi e arredi d’epoca. Un progetto che, mercoledì scorso, con la presentazione del libro “Il bene nostro” dell’archeologo Giuliano Volpe ha vissuto un’anteprima: è stato una sorta di “numero zero” e, promette il prefetto, seguiranno altri appuntamenti che sono già allo studio anche grazie alla collaborazione delle associazioni, motivate dalla grande disponibilità del padrone di casa e dalla sua apertura alla città.
Barbato si autodefinisce un «prefetto di campagna» nel senso di un impegno appassionato rivolto alla soluzione di ogni problema e, al termine dell’intervista, si può dire che prende corpo e sostanza questo suo modo genuino di proporsi: Barbato individua percorsi sempre molto vicini al territorio, a quella «campagna» che lui sente il dovere di tutelare in nome dello Stato che rappresenta.
Prima di arrivare a Chieti, è stato prefetto di Belluno e ha svolto il ruolo di commissario straordinario nei Comuni di Molfetta, San Giorgio a Cremano, Latina, Grottaferrata e Torre del Greco guadagnando sul campo riconoscimenti per la sua azione.
Prefetto Barbato, conosceva Chieti e la sua provincia?
«Non conoscevo Chieti e l’Abruzzo, ma come ho detto fin dal mio arrivo in questa sede, mi sono trovato non bene ma benissimo perché trovo che sia un territorio assolutamente confacente e quella che è la mia natura. Ho trovato persone splendide e posso dire che si è creato subito un sentimento di empatia collettiva nei confronti della mia persona che è stata gratificata dalla generosità e dalla umanità di cui mi hanno fatto dono».
Ha trovato qualche situazione di emergenza nel territorio?
«Sulla parola emergenza credo che in Italia ci sia un po’ di confusione perché spesso se ne parla con la connotazione della ordinarietà, mentre per sua natura l’emergenza è legata a fatti non prevedibili, che richiedono interventi quando si verificano, non prima. Allora il punto è occuparsi della ordinarietà, cominciando con il valorizzare ciò che abbiamo, che non è molto, ma moltissimo».
Qual è stato il suo impatto con il territorio?
«Questa è una terra che ha radici antichissime e che possiede un grande patrimonio di giacimenti in termini di cultura, di capacità e di competenze che va valorizzato con azioni sinergiche per mettere insieme tutte le potenzialità che ci sono. Un discorso da fare tutti insieme, capendo che se il mondo corre non possiamo restare fermi».
Cosa pensa di Chieti città?
«Il centro storico di questa bella città non può essere abbandonato, ma deve essere valorizzato».
E come?
«Con programmi che non siano sporadici, slegati tra di loro, per ottenere risultati che poi si rifletteranno positivamente pure a valle del territorio cittadino. Ci sono tante associazioni, tante persone che vogliono fare, che meritano una attenzione e una considerazione che da parte mia non mancheranno mai».
Ha in mente qualche progetto particolare?
«Il Palazzo del Governo, dove risiedo, va messo a disposizione di chi vuole appunto compiere quelle attività che servano a farci crescere tutti. Questa è la casa di tutti i cittadini, e le sue porte non possono rimanere chiuse».
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