Il sindaco torna libero ma è interdetto un anno

La decisione del Riesame: D’Angelo lascia i domiciliari, ma non può guidare il Comune Il primo cittadino attacca la procura: «Mira alle dimissioni, ma il popolo mi ha votato»
CASACANDITELLA. Un anno di interdizione dalla carica di sindaco e da ogni altra funzione pubblica. Il sindaco di Casacanditella, Giuseppe D’Angelo, torna libero dopo 23 giorni passati agli arresti domiciliari ma non può più guidare la sua amministrazione. Lo ha disposto il tribunale del Riesame dell’Aquila che ha revocato i domiciliari. Una decisione che non va giù a D’Angelo: il sindaco, che rigetta ancora una volta l’accusa di corruzione e parla di «illazioni», non si è dimesso e non vuole dimettersi. E attacca la procura di Avezzano che indaga sugli appalti dell’Unione dei Comuni delle Colline teatine, di cui Casacanditella è ente capofila, a partire da quello del consolidamento di una frana a San Martino sulla Marrucina: «La procura mirava e mira alle mie dimissioni», dice il sindaco.
L’accusa contestata. D’Angelo, assistito dagli avvocati Antonio Luciani, sindaco di Francavilla, e Marco De Merolis, è accusato di aver percepito circa 10 mila euro di tangenti dall’imprenditore Sergio Giancaterino e dal suo braccio destro Antonio Ruggeri. Il sindaco è un fiume in piena: «Dopo 23 giorni di ingiusta detenzione domiciliare torno libero. In questi 23 giorni», racconta D’Angelo, «ho perso mia moglie dopo una lunga malattia, ho perso o meglio è stata limitata la mia libertà senza un vero e reale motivo. Qualcuno già mi vedeva “a sfogliare i tramonti in prigione”, come il protagonista di una canzone di De Andrè».
«Resto sindaco». Con l’interdizione, le redini del Comune restano in mano al vice sindaco Eleonora Firmani. «Torno libero, ma mi è stata applicata la misura dell’interdizione per un anno dallo svolgimento di qualsiasi pubblica funzione o servizio, il che mi precluderebbe l’esercizio della carica di sindaco. Dico mi precluderebbe», spiega D’Angelo, «in quanto l’articolo 289 del codice di procedura penale vieta l’applicazione di questa misura “agli uffici elettivi ricoperti per diretta investitura popolare”, quale appunto quello di primo cittadino. Si chiama», dice il sindaco, «divisione dei poteri, per cui il potere giudiziario non può vietare l’esercizio del potere esecutivo a chi è stato democraticamente eletto dal popolo. Tale fondamentale principio dello Stato di diritto risale al 1600, a Montesquieu ed è rimasto immutato nel corso dei secoli. Evidentemente qualcuno lo ha dimenticato o, peggio ancora, finge di dimenticarlo». Su questo, la difesa di D’Angelo è pronta a presentare ricorso alla Corte di Cassazione. E anche la procura potrebbe fare ricorso.
Lite con il pm. Il sindaco racconta di una lite con uno dei due pm titolari del caso ma senza fare il nome: «In sede di interrogatorio, allorché i miei legali facevano notare al gip che la procura avrebbe fatto meglio a interrogarmi prima di richiedere gli arresti domiciliari, mancava poco che il pm abbandonasse l’aula; ha asserito che era offeso che qualcuno avesse fatto osservazioni sul suo operato in pubblico, che i miei legali erano riusciti a metterlo di traverso fino al giorno della morte, che non vi era un obbligo giuridico di disporre l’interrogatorio ma che vi erano dei doveri morali e deontologici per gli avvocati di fare una buona difesa per i propri assistiti».
«Mai tangenti». «Intanto», continua D’Angelo, «sono stato recluso con l’infamante accusa di aver percepito circa 10 mila euro di tangenti, accusa», dice il sindaco, «da subito sgretolatasi avendo dimostrato che il denaro non l’ho né percepito né mai è transitato per le mie mani: era stato direttamente consegnato a diversi comitati di Casacanditella per opere in favore della collettività o per il tendone per la serata di beneficenza per la piccola Noemi. Le accuse addebitatemi erano e restano illazioni, i veri fatti sono stati ampiamente dimostrati con prove reali dai miei legali». (p.l.)

