Infermiere morì in ospedale «Non c’era il defibrillatore»

29 Marzo 2015

La famiglia di Gabriele Tenaglia, 57 anni, si oppone all’archiviazione dell’inchiesta «Lavoro gravoso, mancate visite aziendali e nessuna assistenza durante il malore»

LANCIANO. Morì a 57 anni durante il turno di servizio nelle corsie dell’ospedale Renzetti. Tra le cause del decesso, secondo la famiglia, ci sarebbero il carico di lavoro troppo gravoso e il mancato monitoraggio delle condizioni psico-fisiche del lavoratore, oltre a un’inadeguata assistenza al momento del malore. La moglie e i figli di Gabriele Tenaglia, infermiere professionale nel reparto di Psichiatria, chiedono chiarezza sull’improvvisa e prematura scomparsa del loro congiunto. Nei mesi scorsi hanno presentato denuncia-querela in Procura nei confronti del medico di riferimento e di altre figure della Asl Lanciano-Vasto-Chieti. Nei giorni scorsi il sostituto procuratore Rosaria Vecchi ha chiesto l’archiviazione. Ma vogliono andare fino in fondo. «Vogliamo che a nessun altro capiti quello che è successo a mio padre», dice Camillo Tenaglia, uno dei figli.

Gabriele Tenaglia è deceduto il 1° gennaio del 2014, durante il turno di lavoro pomeridiano (14-21). A metà pomeriggio, a causa di un’improvvisa dispnea, perse conoscenza, e si accasciò a terra. Poco dopo il suo cuore si fermò. “Morte improvvisa in valvulopatia gravemente calcifica con ipertrofia miocardica secondaria e cardiopatia ischemica da grave coronaropatia aterosclerotica”, fu il complesso responso dell’autopsia. Un quadro che la famiglia del defunto ha voluto indagare.

Dalla cartella sanitaria emersero alcuni particolari. Nel gennaio 2011 l’infermiere, che era affetto anche da patologia psichiatrica, venne sottoposto a esame radiografico al torace, che mise in evidenza l’ispessimento del ventricolo sinistro. «Il medico competente non ritenne di dover disporre un approfondimento della patologia con controlli medici ravvicinati», riporta la denuncia-querela, «ma omise, addirittura, di sottoporlo alla visita medica periodica prevista nel luglio 2012 e mai effettuata».

L’infermiere era sottoposto a ripetuti sforzi fisici, dovendo spostare i pazienti, ed effettuava anche turni notturni e reperibilità. «Gli accertamenti omessi avrebbero potuto portare a un giudizio di inidoneità, o di idoneità parziale, destinando il lavoratore a carichi di lavoro più tranquilli», evidenzia la famiglia.

Per la Procura, però, non ci sarebbe causalità fra la morte e la condotta del medico competente, così nei giorni scorsi è stata chiesta l’archiviazione del caso.

«Il consulente incaricato dalla Procura ha riconosciuto l’omessa sorveglianza sullo stato di salute del lavoratore, ma non il nesso di causalità con la sua morte», spiega l’avvocato della famiglia, Vincenzo Menicucci, «la sua patologia non è stata indagata ed è stata omessa anche la visita periodica. Per questo ci opporremo all’archiviazione chiedendo di rinnovare la consulenza».

«Quello che ci preme, inoltre, è che nessuno sia più impreparato nel caso di malore di un operatore sanitario», sottolinea Camillo, il figlio dell’infermiere, «i pazienti non sono solo quelli ricoverati. Esistono linee guida per i dipendenti nel caso bisognasse soccorrere un collega? Mio padre è morto sul pavimento di un ospedale perché nessuno ha provato a rianimare il suo cuore, anche a causa dell’impossibilità di usare un defibrillatore poiché il reparto ne è sprovvisto».

Stefania Sorge

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