La base d’asta per l’Alimonti scende a 50 milioni
ORTONA. Domani si ritorna attorno al tavolo regionale dell'emergenza presieduto dal sottosegretario alla presidenza, Camillo D'Alessandro, che riunisce gli interlocutori nella sede di rappresentanza...
ORTONA. Domani si ritorna attorno al tavolo regionale dell'emergenza presieduto dal sottosegretario alla presidenza, Camillo D'Alessandro, che riunisce gli interlocutori nella sede di rappresentanza di viale Bovio a Pescara. Martedì, invece, lavoratori e sindacati seguiranno allo studio notarile Plasmati di Chieti l'apertura dei plichi con le offerte per rilevare lo stabilimento di Ortona, il deposito di Guardiagrele e la Romana macinazione al Flaminio, nella Capitale. La vertenza del Molino Alimonti vede appeso a un filo il posto di lavoro dei circa 50 dipendenti superstiti, che a due anni dalla cessazione della molitura nella grande fabbrica di Caldari temono ora più mai la perdita dell'impiego nel caso vada deserta anche questa seconda asta (dopo quella di luglio) nell'ambito del concordato preventivo tra i creditori, omologato lo scorso dicembre dal tribunale fallimentare chietino. Stavolta il meccanismo della messa all'incanto è diverso, visto che d'ora in poi le aste prevedono soltanto la proposta di vendita della proprietà degli asset Alimonti, mentre nella prima erano accettate offerte di subentro in fitto di ramo d'azienda, una gestione nella quale la proprietà rimaneva alla famiglia guardiese che fondò il Molino negli anni Cinquanta del secolo scorso. Gli automatismi del concordato hanno fissato per la seconda asta un prezzo base di poco superiore ai 50 milioni di euro per Caldari e intorno ai 10 per il sito di stoccaggio di Guardiagrele, una volta sede principale dell'azienda. Il regolamento del concordato prevede anche aste a tempo indefinito, fino all'aggiudicazione, da tenersi ogni mese. (f.b.)
©RIPRODUZIONE RISERVATA

