La Cassazione: «C’era un sistema Angelini I dipendenti costretti a falsificare gli atti»

Pubblicate le motivazioni del provvedimento che ha portato al maxi sequestro I giudici: un meccanismo fraudolento permeava l’attività dell’intera casa di cura
CHIETI. «C’era un sistema illecito che permeava in generale la gestione della casa di cura Villa Pini: l’organismo di vertice imponeva ai dipendenti un certo modus operandi, consistente nelle sistematiche falsificazioni della documentazione sanitaria». Lo scrivono i giudici della Cassazione nelle motivazioni della sentenza che ha confermato i 7 anni di reclusione nei confronti dell’ex imprenditore della sanità Vincenzo Maria Angelini per la maxi truffa alla Regione Abruzzo. Una sentenza che ha dato il via libera alla confisca dei beni, eseguita lo scorso 9 aprile dalla procura di Chieti. La somma da recuperare, anche per equivalente, è di 32 milioni di euro: case, quadri, opere d’arte, gioielli e pezzi d’antiquariato sono diventati dello Stato dopo il blitz dei carabinieri. È ancora in corso la valutazione degli immobili e del materiale per i quali sono scattati i sigilli, così come non si ferma la caccia al denaro e ad altri oggetti di valore riconducibili al grande accusatore della Sanitopoli abruzzese, già in detenzione domiciliare dopo una condanna a 8 anni di reclusione per la bancarotta del gruppo Villa Pini.
Casa di cura che, negli anni fra il 2005 e il 2007, sotto la gestione di Angelini, ha svolto «attività sanitaria non coperta da autorizzazione o accreditamento provvisorio ed effettuato prestazioni a carico del sistema sanitario nazionale per discipline non accreditate quali l’ortopedia, l’oculistica, la cardiochirurgia, la chirurgia vascolare, la cardiologia, l’otorinolaringoiatria, le malattie e i disturbi dell’apparato riproduttivo femminile».
Secondo i pm, falsificando cartelle cliniche e schede di dismissione dei pazienti, si arrivava a ricoveri incongrui al solo scopo di truffare il sistema sanitario. Così è stata raggiunta l’enorme cifra di 46 milioni di euro.
La tesi accusatoria è stata condivisa anche dai giudici romani (presidente Antonio Paolo Bruno, relatore Paola Borrelli). «La Corte d’appello», si legge in uno dei passaggi chiave della sentenza di dieci pagine, «ha evidenziato quali fossero le fonti di prova che hanno consentito di ricostruire il meccanismo fraudolento e la sua genesi, legata ad ordini che venivano dall’imputato (e dalla moglie) e che permeavano l’intera attività della casa di cura, peraltro facendo conseguire alla medesima degli indubbi vantaggi patrimoniali».
E ancora: «Come ben chiarito dai giudici di appello, vi è stata una complessa attività artificiosa e fraudolenta; tale attività si è concretizzata nella falsificazione delle cartelle cliniche – quanto a natura delle prestazioni, tipo di ricovero e collocazione del paziente – ha preceduto il mero invio delle schede di dimissione ospedaliera e ha indotto in errore gli organi deputati al rimborso delle prestazioni sanitarie, sia in ordine alla quantità che alle tipologie di queste ultime. Ciò integra il delitto di truffa aggravata e non quello di indebita percezione di erogazioni a danno dello Stato».
Secondo la difesa di Angelini, la Corte d’appello «avrebbe trascurato la circostanza che vedeva i medici e non Angelini a firmare le schede di dimissione ospedaliera». Ma anche questo motivo di ricorso è ritenuto dalla Cassazione «aspecifico», dal momento che «non affronta puntualmente la ricostruzione che emerge dalla sentenza impugnata». Il ricorso di Angelini è stato dunque dichiarato «inammissibile».
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