La cattura dei cinghiali col ricorso alle reti
Gli esperti: creiamo i recinti dove convogliare gli animali sotto il controllo degli operatori faunistici
ROSELLO. Problema cinghiali in Abruzzo: esiste una “terza via” oltre a quella dell’abbattimento con il selecontrollo e l’altra degli animalisti? Dicono di sì Mario Pellegrini e Francesco Pinchera, del Centro studi Cisdam di Rosello. «È il caso di studiare bene», dicono i due ricercatori, «la legge sull’utilizzo dei recinti di cattura, “chiusini”, già attuati nel Parco del Gran Sasso (poi abbandonati, ndc) che in meno di un anno ha portato alla cattura di 1.000 cinghiali». Il Cisdam ha lavorato su diversi Sic abruzzesi e delle regioni vicine, è riconosciuto dal Cnr ed è iscritto al Certificato nazionale delle ricerche.
La densità dei cinghiali è cresciuta a dismisura negli ultimi anni e si è passati, grazie alle immissioni artificiali a scopo venatorio di esemplari provenienti dall’estero, dagli anni Sessanta quando il cinghiale in Abruzzo era quasi scomparso (ne rimaneva una piccola area di presenza residuale ai confini con il Molise) alle condizioni odierne, dove l’animale è presente anche sulle coste e nei centri abitati.
Tornando alla “terza via”, i cinghiali possono essere catturati con trappole selettive autoscattanti, sistemate dal personale autorizzato, sotto lo stretto controllo degli organi di vigilanza; essi possono essere gestiti dai proprietari/conduttori di fondi agricoli, sotto la vigilanza di operatori faunistici volontari. I cinghiali, generalmente in gruppo, entrano nei recinti attratti da esche e vi rimangono catturati. In seguito è previsto l’abbattimento dei soggetti generalmente sul luogo di cattura con visite ante-mortem da parte di un veterinario; seguirà la marcatura dei capi con appositi contrassegni, la compilazione della scheda di rilevamento e trasporto nel più breve tempo possibile a un macello convenzionato; in seguito saranno introdotti nella filiera della ristorazione tipica.
«La gestione della specie cinghiale», affermano Pellegrini e Pinchera, «non può ovviamente ignorare l’utilizzo di misure di difesa passiva delle aree sensibili alla presenza della specie. In particolare, una parte delle aree agricole caratterizzate da una specifica vulnerabilità, quali colture orticole o impianti arborei tartufigeni, possono essere efficacemente recintate. Ma la realizzazione di difese perimetrali può anche riguardare le strade "veloci”».
Matteo Del Nobile
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