La debacle di Carichieti passa anche da Potenza

I prestiti della filiale mai rimborsati, ne beneficiò anche lo zio di Marone
CHIETI. Trentacinque milioni di euro messi a rischio in una filiale che prestava soldi anche a costruttori finiti nelle maglie della giustizia. Imprenditori arrestati per corruzione. Re del mattone ma anche parenti stretti dell’ex vicedirettore generale della Cassa di Risparmio di Chieti, Giuseppe Marone, potentino assunto nel 2002 e liquidato nel 2013 con un incentivo all’esodo di ben 660mila euro. Quasi un premio dopo aver gestito una filiale, quella di Potenza, «in totale autonomia» che ha «generato ingenti perdite in quanto praticamente tutti gli affidamenti sono andati a incaglio o a sofferenza». Così si legge sull’atto di diffida, trenta pagine recapitate in questi giorni agli ex amministratori. Un’antologia di Spoon River della presunta “mala gestio” della banca teatina. Secondo chi accusa, cioè Bankitalia, passa proprio per Potenza uno dei capitoli più pesanti, e fino ad oggi mai raccontato, che hanno inciso sulla debacle della banca di via Colonnetta commissariata dall’istituto di via Nazionale che, dopo un anno di indagini sui conti ritenuti in rosso, ora chiede il conto salatissimo mettendo in mora ventidue ex amministratori ai quali i due commissari, Salvatore Immordino e Francesco Bochicchio, imputano un danno record di 208 milioni da risarcire entro il 5 ottobre.
Ma andiamo a Potenza, all’ex vice dg e a suo zio coinvolto nel 2011 nel cosiddetto “scandalo dell’Agenzia delle Entrate”, che è ancora sub judice e in cui una funzionaria, ribattezzata dai giornali lucani “Lady fisco”, avrebbe svolto il ruolo di quinta colonna informando i costruttori di imminenti ispezioni. La vicenda giudiziaria, che non coinvolge Carichieti, ha tra i protagonisti l’imprenditore Domenico De Vivo e alcune società, a lui riconducibili, beneficiarie di consistenti affidi da parte della filiale potentina della Cassa di Risparmio teatina voluta dal nipote, ex vice dg che ne divenne, sempre secondo Bankitalia, il dominus. Basta citare un dato, che i commissari Immordino e Bochicchio riportano a pagina 25 dell’atto di diffida, per capire il peso che Marone e suo zio avrebbero avuto nel capitolo Potenza: “Tra le posizioni incagliate 18 milioni di euro sono da riferire al gruppo De Vivo”. E ancora: “Nell’ambito dell’istruttoria per la concessione dei finanziamenti richiesti, gestita sostanzialmente dal Marone con la compiacenza del direttore generale Roberto Sbrolli (in questo caso i commissari omettono di dire che fu proprio l’ex dg a ordinare la chiusura della filiale di Potenza, ndr) è emerso il coinvolgimento di Domenico De Vivo in procedimenti penali con l’adozione di misure cautelari per gravissimi fatti di corruzione”. I commissari scrivono che queste circostanze, nonostante fossero state segnalate, vennero ignorate, anzi dribblate con una motivazione “d'urgenza” dei ricchi finanziamenti perché finalizzati alla realizzazione di opere pubbliche.
Ed è così che, sempre secondo Bankitalia, su 75 posizioni residuali, al momento della chiusura della filiale diventata un pozzo senza fondo, 48 risultavano deteriorate e di queste 22 erano incagliate, cioè composte da crediti inesigibili per Carichieti, e 26 in sofferenza. «Con un rischio totale identificato in 35 milioni di euro», scrivono infine i due commissari tirando le somme dell’attività che Marone avrebbe svolto dopo essere stato anche responsabile dell'Audit. In parole semplici uno che doveva controllare il buon andamento della banca teatina, dal 2008 al 2012. No, non siamo di fronte a un personaggio dal ruolo indefinibile e sfuggente, come magari lo è Domenico Di Fabrizio, l'autista che per la Banca d'Italia era diventato un amministratore occulto della Carichieti capace, con il solo schioccare delle dita, di far assumere amici degli amici oppure di far finanziare imprese vicine alla politici. Ma contro l’autista che guidava la banca ci sono solo dichiarazioni di terze persone, come quelle di un ex consigliere diventato una gola profonda di chi accusa. Non esistono atti, così sembra da quanto scrivono i due commissari, con la firma di Di Fabrizio. Nel caso invece di Marone, che non è quello di una sorta di “mi manda Picone”, Bankitalia ha invece le carte. Ma per ora si tratta della versione di chi accusa.
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