La difesa: Angelini malato non può stare in carcere

Ma l’ex re delle cliniche private è già ai domiciliari per scontare un’altra pena L’avvocato: «Condizioni di salute preoccupanti, non può andare in cella»
CHIETI. «Io non commento le sentenze. Non l’ho mai fatto e non lo faccio ora». Il giorno dopo la conferma in Cassazione della condanna a 8 anni di reclusione, Vincenzo Maria Angelini resta in silenzio. L’ex re delle cliniche private, che adesso rischia di finire in carcere per il crac di Villa Pini da 116 milioni di euro, risponde al telefono dalla clinica marchigiana in cui è ricoverato per un’operazione all’anca. Ma chiarisce subito: «La risposta è no comment: non una riga di più, non una riga di meno». Poi, saluta e butta giù. Solo ieri è emerso che Angelini, 66 anni, è in detenzione domiciliare già da qualche mese per una vecchia condanna a un anno relativa a un’altra vicenda. E nei giorni scorsi è stato autorizzato dal magistrato di sorveglianza a recarsi in ospedale per essere sottoposto all’intervento chirurgico. Ma il suo difensore, l’avvocato Vittorio Supino, sottolinea: «Le condizioni di Angelini sono abbastanza preoccupanti sia a livello fisico che sotto il profilo psichiatrico». Nei prossimi giorni, quando la procura di Chieti emetterà l’ordine di carcerazione, il legale chiederà la sospensione dell’esecuzione per gravi motivi di salute. Poi presenterà un’istanza per ottenere la misura alternativa della detenzione domiciliare. La Cassazione ha confermato anche le condanne a 2 anni (pena sospesa) per la figlia Chiara e a 4 anni per la moglie Anna Maria Sollecito: anche lei riuscirà ad evitare il carcere. L’ultimo passaggio giudiziario del crac Villa Pini verrà scritto a Perugia, dove i giudici della Corte d’Appello dovranno rideterminare le pene accessorie. Ha retto fino al terzo grado di giudizio, dunque, l’impianto accusatorio della procura di Chieti. La vicenda del gruppo Villa Pini parla di debiti accumulati dalla casa di cura nei confronti di fornitori, banche e dipendenti che sono rimasti per mesi senza stipendio. Si è consumata intorno a 12 società controllate dalla holding del gruppo, la Novafin, la bancarotta di cui è stato ritenuto responsabile Angelini e che ha portato al fallimento di Villa Pini, formalizzato nella sentenza del tribunale di Chieti datata 5 maggio del 2010. Il processo per il crac ha preso il via dall’inchiesta sulla sanità regionale condotta dalla procura di Pescara che sfociò negli arresti del 2008 e nelle successive condanne. L’ex re delle cliniche decise di vuotare il sacco di fronte alla magistratura pescarese accusando di aver pagato tangenti ai politici. Alla fine gli atti che riguardavano la bancarotta vennero trasferiti a Chieti per competenza territoriale. «Il processo è semplicissimo», affermò in primo grado l’allora procuratore capo Pietro Mennini, affiancato dal pm Giuseppe Falasca. «C’è la prova documentale che gli Angelini avevano confuso il patrimonio della società con quello personale».

