La difesa di Di Lello: Fabio non è pericoloso

16 Febbraio 2017

I legali del fornaio che ha ucciso il 22enne presentano ricorso al Riesame Chiedono che venga scarcerato: non c’è rischio che compia lo stesso reato

VASTO. «Fabio Di Lello non è socialmente pericoloso». Con questa motivazione la difesa dell’indagato ha presentato al tribunale del Riesame ricorso contro la misura cautelare in carcere. E qui che Di Lello si trova da quindici giorni. L’uomo sta sempre più male. Alterna momenti di disperazione a lunghi silenzi. Oggi dovrebbe ricevere la visita dello psichiatra incaricato di valutare la sua capacità di intendere e volere al momento dell’omicidio di Italo D’Elisa, 22 anni, il ragazzo che investì e uccise la moglie del fornaio, Roberta Smargiassi. I suoi legali chiedono che venga scarcerato. «Un atto dovuto», commentano il ricorso al Riesame Pierpaolo Andreoni e Giovanni Cerella.

I due penalisti contestano la «mancata esposizione delle esigenze cautelari e della valutazione degli indizi che giustificano la cautela». I difensori del 33enne, che il 1° febbraio ha ucciso con tre colpi di pistola D’Elisa, aggiungono alle motivazioni del ricorso l’insussistenza della premeditazione e della possibile reiterazione del reato così come dichiarato dal gip. «Fabio Di Lello non è socialmente pericoloso né c’è il pericolo che possa compiere lo stesso reato», rimarcano i suoi avvocati insistendo per il delitto d’impeto. Cerella e Andreoni si sono appellati al Riesame confidando in una misura cautelare diversa dal carcere. Nel frattempo gli avvocati attendono i risultati delle perizie sui cellulari dei protagonisti della tragica vicenda e sul computer di Di Lello. Risultati importanti per valutare la premeditazione. Il 1° febbraio, poco prima dell’omicidio, Fabio Di Lello era a Cupello. Pare che verso le 16 abbia ricevuto una telefonata. Subito dopo è salito in auto. Alle 16,20 è avvenuto l’incontro con Italo D’Elisa davanti al bar di via Perth. Il 22enne stava parlando al cellulare con il padre Angelo.

Dieci minuti dopo Fabio ha premuto il grilletto sparando tre colpi con una pistola calibro 9 contro il ragazzo che a luglio investì e uccise sua moglie, Roberta Smargiassi. Per la Procura di Vasto si è trattato di omicidio volontario premeditato. L’aggravante potrebbe derivare proprio dalla telefonata ricevuta da Di Lello, insieme ad altri particolari: l’acquisto della pistola un mese dopo la morte di Roberta, la donazione di tutti i suoi beni a dicembre, la visita alla tomba della moglie dopo l’omicidio. Dalla lettura dei tabulati potrebbe spuntare anche la complicità di uno o più amici di Di Lello. I difensori affermano che è psicologicamente distrutto. Anche Angelo D’Elisa e la moglie Diana, i genitori di Italo, sono distrutti dal dolore. La mancanza di Italo si sente. La famiglia D’Elisa si è chiusa nel riserbo. La parte lesa attende anche l’esito della perizia fatta dai Ris lunedì a Roma. L’accertamento è stato fatto in tempi brevi per evitare il deterioramento del tessuto. Il giubbetto che Italo indossava durante le escursioni in bicicletta, per essere visibile agli automobilisti in transito, racconta particolari importanti dell’omicidio. I fori, le tracce della polvere da sparo e le eventuali bruciature dei proiettili aiuteranno gli investigatori a stabilire da che distanza Fabio Di Lello ha sparato e come teneva il braccio al momento di puntare l’arma. Questa è la fase delle perizie, accertamenti determinanti per raccontare cosa è accaduto quel maledetto 1° febbraio in via Perth.

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